Nelle ultime settimane la NASA è apparsa sempre più spesso sulla stampa per i suoi grandi successi, come la missione Artemis II che ha portato dopo oltre mezzo secolo quattro esseri umani a circumnavigare la Luna, o come l’annuncio che il prossimo grande telescopio spaziale, Nancy Grace Roman, è già pronto per il lancio con grande anticipo.
L’immagine è quella, ormai consolidata, dell’agenzia spaziale più avanzata al mondo, che prosegue nella sua storica serie di grandi imprese. Il ritorno alla Luna di Artemis II è stato particolarmente celebrato, e paragonato per importanza a quel primo volo storico degli astronauti dell’Apollo 8 nei giorni attorno al Natale del 1968.
Anche se l’effetto sull’immaginario collettivo ottenuto da Artemis II non è certo comparabile a quello dirompente di quel volo storico alla fine degli anni Sessanta, la potente macchina propagandistica della NASA è almeno riuscita a portare il programma lunare sulle pagine dei giornali e sui notiziari di tutto il mondo.
Ma al di là dell’impatto di immagine, il successo di Artemis II non può cancellare il fatto che in realtà l’agenzia spaziale statunitense sta passando forse il periodo più difficile della sua lunga storia.

Da una parte il mondo dello spazio sta cambiando rapidamente, e il ruolo delle agenzie spaziali istituzionali mondiali, NASA compresa, deve riformarsi profondamente per adattarsi ai cambiamenti. Le nuove aziende private del cosiddetto NewSpace premono per dimostrare che sono mature per prendere direttamente la guida di gran parte delle attività spaziali, come minimo in settori di servizio e applicativi, come i lanciatori, l’osservazione della Terra, le reti di comunicazioni globali.
Ormai da almeno un decennio le nuove aziende private come SpaceX o Blue Origin stanno ottenendo successi importanti in campo spaziale, e non perdono occasione di sottolineare la loro efficienza e i loro costi ridotti rispetto a quelli della NASA e dell’industria aerospaziale tradizionale. Non si tratta proprio di concorrenza, ma di un nuovo tipo di rapporto tra il pubblico e il privato. Che ha portato già la NASA a una dipendenza totale da queste aziende in settori cruciali come i lanciatori o il trasporto di astronauti da e per la Stazione Spaziale Internazionale.
Poi ci sono i militari, che hanno ormai capito che le guerre moderne non si vincono senza una solida infrastruttura spaziale, e premono per prendere il controllo dello spazio attorno alla Terra, e addirittura prepararsi a trasformarlo in un campo di battaglia.
Lo spazio militare negli USA non ha bisogno della NASA: c’è il Dipartimento della Guerra e la sua Space Force, che gestisce le attività e i contratti con l’industria aerospaziale che gli fornisce mezzi e servizi. Ma è chiaro che con la crescita dei bisogni dei militari, i fondi governativi legati allo spazio si spostano sempre di più verso il settore bellico. Il budget federale per lo spazio militare è cresciuto dai 29 miliardi di dollari del 2025 ai 40 miliardi nel 2026, e addirittura ai 71 miliardi appena proposti per il prossimo anno. Ovviamente anche l’industria aerospaziale va dove la portano i fondi pubblici, e sposta quindi il suo interesse verso lo stesso settore. Il risultato è una perdita continua di importanza e peso politico ed economico da parte della NASA a favore della Space Force.
Infine c’è la nuova competizione geopolitica con la Cina, che negli ultimi due decenni ha fatto progressi impressionanti anche nel settore spaziale, ha superato la Russia ed è diventata il nuovo antagonista degli USA per la supremazia tecnologica e anche militare nello spazio.
Oggi la Cina è presente in tutti i settori spaziali, a cominciare da quelli delle nuove tecnologie e applicazioni come i lanciatori riutilizzabili, le mega-costellazioni per telecomunicazioni, le comunicazioni quantistiche, i data center spaziali e l’uso di intelligenza artificiale. Ma la Cina è anche attiva nelle competizioni di prestigio, come quella per riportare sulla Terra campioni di suolo marziano: mentre la NASA ha appena praticamente cancellato il suo programma Mars Sample Return per problemi tecnologici e finanziari, la Cina lavora alacremente a un programma analogo, Tianwen-3, che dovrebbe arrivare a un lancio già nel 2028.

Ancora più preoccupante per gli USA è il piano cinese di portare astronauti a camminare sulla superficie lunare entro il 2030. In questo la NASA, almeno sulla carta, è ancora in vantaggio di due anni, ma chiaramente sente il fiato sul collo dell’avversario orientale e sa di non potersi permettere di sbagliare nemmeno una mossa.
Con tutti questi fronti aperti, certo la NASA avrebbe volentieri fatto a meno di aprirne un altro, interno, con la Casa Bianca. E invece, dal giorno della vittoria elettorale del nuovo presidente Trump a novembre 2024, proprio da quel fronte sono partiti gli attacchi più devastanti all’Agenzia.
Prima la nomina di Elon Musk a capo del DOGE, il dipartimento incaricato di eliminare le inefficienze del settore pubblico, che ha subito fatto partire un’ondata di licenziamenti nei vari centri NASA, riducendone di colpo la forza lavoro di migliaia di tecnici, ingegneri, scienziati. Poi, nella primavera scorsa, la proposta di budget federale per il 2026, che conteneva una riduzione del 25% nel budget assegnato alla NASA e una riduzione ancora più drammatica, intorno al 50%, della parte dedicata al programma scientifico. Infine la storia infinita della scelta del nuovo amministratore a capo della NASA, che è durata un anno intero, costellata di colpi di scena e cambiamenti di direzione, fino alla fine del 2025, con la sospirata conferma della nomina di Jared Isaacman, giovane tecno-imprenditore miliardario e astronauta dilettante a pagamento. Questo periodo lunghissimo in cui la NASA è rimasta senza una guida ha lasciato segni pesanti sull’Agenzia, dalla perdita di personale di grande esperienza al ritardo di tutti i programmi, che ne ha già portati alcuni alla cancellazione.
Ignition…
All’inizio del 2026 però sembrava che il peggio fosse passato. Infatti, spinto dall’industria aerospaziale preoccupata di perdere i contratti con la NASA, il Congresso cancellava la proposta di riduzione di budget per l’anno in corso, riportandolo almeno quasi al livello dell’anno precedente, e Isaacman prendeva in mano il timone, visitando tutti i centri NASA e le grandi industrie aerospaziali, e infine presentando il 24 marzo scorso, in un evento teatralmente intitolato Ignition, il suo piano per il rilancio dell’Agenzia.
Ma subito dopo i guai ricominciavano: nella nuova proposta di budget per il 2027 a inizio aprile, la Casa Bianca tornava a inserire una riduzione del budget della NASA del 23%, simile alla proposta iniziale del 2026.
La situazione oggi è diversa dallo scorso anno, dato che stavolta c’è una guida stabile dell’Agenzia, nella persona di Isaacman. Solo che la sua reazione è stata a dir poco sconcertante: in vari interventi televisivi e in conferenze stampa successive l’amministratore ha dichiarato che la riduzione di budget ha senso, che la NASA non ha un problema di budget, deve solo imparare a spenderli bene.
Personalmente non avevo mai visto il capo di un’agenzia spaziale istituzionale reagire in modo così pacato e accomodante a un attacco al budget proditorio e devastante come quello perpetrato alla NASA dalla Casa Bianca. Per quanto sia vero che la NASA non sia certo un modello di efficienza, una riduzione di budget di questa portata può solo essere assorbito con la cancellazione di decine di missioni e anche di interi programmi ausiliari. Il budget specifico del programma scientifico poi viene di nuovo ridotto drasticamente, dell’ordine del 47% in meno rispetto al 2026.
Qui non si tratta di diventare più efficienti: stiamo parlando di un attacco mirato al settore scientifico, che peraltro il presidente Trump sta portando avanti sistematicamente ovunque, dalle università alle agenzie scientifiche governative. Questa volta sembra che il Congresso si stia muovendo rapidamente, e probabilmente non ci vorrà troppo tempo per rintuzzare almeno in parte questo nuovo attacco devastante, e raddrizzare così di nuovo la barca. Ma il segnale rimane chiaro: il governo USA vuole che la NASA sia pesantemente ridimensionata e che molti dei suoi programmi, a partire da quello scientifico, siano ridotti alla mera sopravvivenza, se non cancellati del tutto. Un segnale che risuona ancora molto forte nei centri della NASA, e che ha tra le conseguenze più drammatiche un’emorragia di personale tecnico scientifico che continua ancora oggi.
In questa atmosfera pesante, il piano di Isaacman presentato a fine marzo rappresenta almeno il tentativo di dare una direzione all’Agenzia, che da oltre un anno è praticamente allo sbando. Di questo piano vorrei analizzare nel seguito quattro settori principali: Luna, Marte, presenza umana in orbita terrestre, e scienza.
La Luna
Prima di tutto, la Luna. Questo è il campo di competizione principale, almeno sul piano dell’immagine e del prestigio, con la Cina. Sulla sua importanza primaria è d’accordo tutto il mondo politico americano, dalla Casa Bianca al Congresso, e quindi deve essere necessariamente la priorità principale per la NASA. Isaacman ha annunciato vari cambiamenti importanti e coraggiosi al programma lunare.
Innanzi tutto, l’inserimento di una missione intermedia tra Artemis II appena conclusa e Artemis III, che originariamente aveva già come obiettivo l’allunaggio di due astronauti entro la fine del 2027. Ora l’allunaggio viene spostato ad Artemis IV, entro la fine del 2028, mentre Artemis III diventa una missione in orbita terrestre, da effettuarsi auspicabilmente nel 2027, con la capsula Orion che effettuerà prove di rendezvous con uno o due dei moduli lunari attualmente in sviluppo, quello di SpaceX e quello di Blue Origin.

Questa modifica segue l’esempio del programma Apollo, nel quale dopo la missione in orbita lunare Apollo 8 si eseguì con Apollo 9 una prova in orbita terrestre con il modulo lunare. Un approccio che da una parte tiene conto dei ritardi nello sviluppo dei moduli lunari, e dall’altra riduce i rischi evidenti di effettuare i rendezvous tra Orion e il modulo lunare per la prima volta in volo proprio durante la missione di allunaggio. Insomma, decisamente una buona idea, che rende non solo il programma Artemis più robusto, ma anche il piano aggressivo della NASA un po’ più realistico.
Sempre riguardo al programma lunare, Isaacman ha annunciato un cambio di programma che riguarda il super-lanciatore SLS, da sempre sotto attacco per il suo costo esorbitante e per la sua lenta cadenza di lancio. La NASA intende mantenere la versione attuale Block 1 per i lanci fino ad Artemis V, cancellando la versione 1b attualmente in sviluppo, e in particolare il nuovo secondo stadio EUS, che doveva essere usato a partire da Artemis IV. Dato che la produzione del secondo stadio attuale è già stata smantellata, la NASA lo sostituirà con una versione adattata di un vettore già esistente, il Centaur V. Anche questo sicuramente un tentativo ragionevole di rendere più sostenibile il lanciatore SLS, risparmiando costi di sviluppo e puntando su una garanzia di frequenza di lancio piuttosto che su un aumento di prestazioni, in attesa di soluzioni future che permetteranno al programma Artemis di usare un mezzo più adeguato e soprattutto meno costoso.
Anche il finanziamento del programma privato di missioni robotiche verso la Luna, il CLPS (Commercial Lunar Payload Services), viene rilanciato nei piani di Isaacman. Il programma fino ad ora ha inanellato un solo vero successo, l’allunaggio di Blue Ghost-1 dell’azienda Firefly, mentre le altre quattro missioni (una orbitale e tre di allunaggio) sono fallite.
Ora Isaacman ha annunciato di voler stimolare le aziende coinvolte con l’obiettivo di arrivare a lanciare 30 nuove missioni con una frequenza di 10 all’anno a partire dal 2027. Non so quanto realistico sia questo obiettivo. Pompare altri soldi in un programma fallimentare però non è necessariamente la soluzione migliore. Forse la NASA dovrebbe chiedersi se la commercializzazione delle missioni robotiche lunari sia davvero la strada giusta, anche confrontando i risultati deludenti di CLPS con gli straordinari e continui successi del programma robotico cinese Chang’e, che è invece basato su un approccio tradizionale centralizzato.
Infine, il cambiamento più controverso, anche se forse quello meno sorprendente: la cancellazione (in realtà, come sembra diventata ormai la nuova terminologia alla NASA, si è parlato di “sospensione”) della stazione orbitale lunare Lunar Gateway. Da sempre dibattuta, da molti considerata solo un inutile retaggio di programmi del passato e di contratti industriali difficili da rescindere, il Lunar Gateway era già sulla lista delle cancellazioni proposte dalla Casa Bianca, e solo il Congresso, spinto dalle lobby delle industrie coinvolte nel progetto, era riuscito a tenerlo in vita.

Isaacman ha annunciato che la priorità della NASA è di costruire una stazione lunare sulla superficie, e che intende quindi riorientare non solo i fondi del Gateway, ma anche gli sviluppi già in corso, verso la stazione sulla Luna, per la quale intende spendere 30 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Le obiezioni a questo cambiamento sono già cominciate ad arrivare, e la resistenza si farà sicuramente sentire nei prossimi mesi.
Ma intanto Isaacman ha avuto il coraggio di indicare la direzione. Ed è una direzione che ha senso, almeno nelle condizioni attuali, anche se le date rimangono molto ambiziose e poco realistiche.
Bisogna sempre tenere a mente che Isaacman deve assolutamente vincere la gara di prestigio con i cinesi. Non si sa a che punto siano loro, e certo devono ancora dimostrare in volo molte delle tecnologie necessarie.
Ma se osserviamo i progressi e successi cinesi recenti ci rendiamo conto che la data del 2030 non sembra troppo azzardata, per cui gli USA fanno bene a considerarla realistica. Ma Isaacman deve fare ancora più presto: deve arrivare ad allunare entro la fine della presidenza Trump. O almeno, deve tenere vivo questo obiettivo il più a lungo possibile, per evitare di scatenare una prevedibile reazione del Presidente che potrebbe danneggiare pesantemente il programma, la NASA, e naturalmente Isaacman stesso.
Ma nonostante i suoi coraggiosi tentativi di rivitalizzare il programma, restano i seri problemi legati al modulo lunare. L’opzione primaria, il veicolo sviluppato da SpaceX, è in grave ritardo legato ai problemi del razzo Starship sul quale è basato. Dopo undici lanci di prova, Starship non è ancora entrato una volta in orbita terrestre, figuriamoci raggiungere la Luna. L’ultimo lancio è stato nell’ottobre scorso, e da allora il prossimo lancio, con il quale dovrà volare la versione 3 di Starship, continua ad essere rimandato di mese in mese, attualmente al mese di maggio: un tale stillicidio di ritardi non è mai un segnale positivo. Il tempo stringe, e SpaceX deve ancora dimostrare molte delle funzionalità necessarie a far allunare astronauti e riportarli sani e salvi in orbita lunare.
L’opzione di riserva, l’utilizzo del modulo lunare sviluppato da Blue Origin, non sembra aver prospettive più rosee. Anche l’azienda di Jeff Bezos deve ancora dimostrare in volo le funzionalità necessarie, e pochi giorni fa ha subito una battuta d’arresto con il fallimento del secondo stadio del suo lanciatore New Glenn.
Infine, arrivano notizie preoccupanti anche sul fronte delle tute lunari per gli astronauti, che sono in fase di sviluppo da parte di Axiom Space. Secondo un recente rapporto dell’Office of Inspector General (OIG) della NASA, anche qui i ritardi si accumulano, e le preoccupazioni che le tute non siano pronte per un allunaggio nel 2028 si fanno sempre più consistenti.

Insomma, anche se Artemis da parte della NASA sembra incanalato sulla via giusta, i contributi dei privati sembrano essere ancora in grande difficoltà. Il 2028 è molto vicino, e il gioco si fa sempre più pesante.
Marte
Nonostante anche Marte sia un settore importante nella competizione di prestigio con la Cina, nel piano di Isaacman il programma marziano non gioca un ruolo primario. Però, in tipico stile NASA, il giovane amministratore ha inserito un’idea nuova legata al Pianeta Rosso, che gli è molto utile per vari motivi.
Infatti, a seguito della “sospensione” di Gateway, Isaacman ha annunciato che il modulo PPS di propulsione elettrica della stazione orbitale, già realizzato, verrà riutilizzato completamente per una nuova missione verso Marte, il cui obiettivo primario sarà la dimostrazione di un sistema di propulsione nucleare elettrica (NEP).
Insomma: la NASA svilupperà un reattore a fissione nucleare di una ventina di kW di potenza che fornirà elettricità al modulo di propulsione elettrica PPS, invece dei pannelli solari previsti per la Gateway. Questo progetto, denominato Space Reactor 1 (SR-1) Freedom, dovrebbe essere lanciato verso Marte nella finestra del 2028, e porterà un carico scientifico formato da elicotteri derivati dal piccolo Ingenuity che ha già volato su Marte con il rover Perseverance.

La propulsione nucleare elettrica non è una grande novità tecnologica, ma una sua dimostrazione per una missione interplanetaria è sicuramente una buona idea. E con questa idea Isaacman ottiene in un colpo solo vari risultati: prima di tutto risponde ai critici della cancellazione di Gateway riutilizzando uno dei suoi moduli; poi rilancia lo sviluppo di reattori nucleari per lo spazio, che sono indispensabili per stabilire una presenza permanente sulla Luna, e sono già oggi oggetto di un recente documento strategico della Casa Bianca; infine, con un lancio di SR-1 Freedom nel 2028 (data che a me sembra eccessivamente ottimistica), spera probabilmente di usare la sua macchina propagandistica per oscurare l’ormai incombente successo dei cinesi con la loro missione di sample return, che è prevista partire nella stessa finestra, riducendo così l’effetto della sconfitta di immagine per la NASA e gli USA, ormai ritenuta inevitabile.
Ma a parte l’annuncio di SR-1 Freedom, il piano di Isaacman lascia la NASA praticamente senza un programma marziano. Mars Sample Return è ormai praticamente cancellata; la collaborazione con l’ESA per la missione Rosalind Franklin del 2028 è ufficialmente confermata, ma resta sotto attacco da parte della Casa Bianca, che nella proposta di budget 2027 la inserisce ancora tra le molte missioni da cancellare. Rimane il nuovo satellite orbitale per telecomunicazioni annunciato tempo fa. Ma questo non è un programma marziano, è al massimo un tirare in là nella speranza che vengano tempi migliori.
Mi ricorda molto la situazione ai tempi post-Viking, alla fine degli anni Settanta, quando Marte venne silenziosamente ma inesorabilmente messo da parte, sacrificato sull’altare dei costi di sviluppo spaventosi dello Space Shuttle. Il Pianeta Rosso rimase da allora nel dimenticatoio per vent’anni. Se poi consideriamo che anche Elon Musk, dopo averci imbonito per un decennio con gli annunci roboanti dei suoi piani per l’imminente colonizzazione umana del Pianeta Rosso (solo un anno fa ancora sosteneva di voler inviare esseri umani su Marte nel 2029), ha recentemente annunciato che rimanderà tutto di dieci anni, le prospettive future per l’esplorazione marziana americana sembrano davvero essere entrate in un vicolo cieco.
Con la NASA che gira a vuoto, l’ESA che fatica a sganciarsi dalla sua dipendenza da oltre oceano, la Cina che per ora ha solo in programma di battere gli USA nella gara per il sample return, e la Russia che ormai latita da decenni, nemmeno a livello mondiale vedo ormai un grande futuro per l’esplorazione del Pianeta Rosso.
L’orbita terrestre
Il piano di Isaacman ha toccato anche il futuro della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), e soprattutto i piani per rimpiazzarla con stazioni spaziali commerciali. Come è noto, la ISS non sarà più usata entro il 2030, e dovrà essere fatta rientrare e distruggersi nell’atmosfera. Per mantenere una presenza umana permanente in orbita terrestre bassa, il piano della NASA era quello di rimpiazzare la ISS con stazioni spaziali più piccole e costruite e gestite da aziende private. Alcune aziende, come Axiom, Vast e Voyager, sono già in fase di realizzazione delle loro stazioni spaziali.
A sorpresa, almeno per me, Isaacman ha annunciato che la NASA inserirà una fase intermedia in questa transizione, sviluppando un modulo della ISS apposito, al quale potranno agganciarsi prototipi delle stazioni spaziali private, in modo da accumulare esperienza prima di realizzare la loro stazione indipendente. Isaacman ha giustificato questo cambio di rotta con il fatto che il mercato per l’utilizzo di una stazione spaziale su base commerciale è ancora immaturo, in ritardo rispetto alle aspettative.

Non so quanto questa idea fosse stata discussa in anticipo con le aziende coinvolte, ma sicuramente la loro reazione fa pensare che anch’esse siano state colte di sorpresa. Le aziende confutano il giudizio della NASA sull’immaturità del mercato, e puntano a dimostrare che le opportunità commerciali esistono già, anche senza un impegno troppo gravoso della NASA come cliente pubblico. Vedremo come si svilupperà questa direzione, ma non è chiaro perché Isaacman abbia aperto anche questo fronte di confronto con le aziende aerospaziali. Forse voleva anticipare i problemi futuri, sapendo che nei prossimi anni sarà costretto a dirottare tutti i fondi possibili verso la Luna, e che non sarà in grado di correre in aiuto alle aziende private in orbita terrestre in caso di difficoltà finanziarie.
La scienza
Con la scienza sotto attacco in tutti i settori fin dall’insediamento del nuovo presidente Trump, anche per la NASA non si fanno eccezioni. I reiterati tentativi della Casa Bianca di dimezzarne il budget ne sono la prova: lo scorso anno il Congresso è riuscito a rispondere efficacemente all’attacco, ma questo si è ripetuto pochi giorni fa per il 2027. La lotta continuerà nei prossimi mesi, ma anche se si riuscisse di nuovo ad annullare la riduzione di budget, questo stato di allerta continua è estenuante e rende il lavoro di chi alla NASA si occupa di missioni scientifiche molto difficile. Isaacman ha dunque sottolineato la conferma dei grandi programmi dell’immediato futuro, Dragonfly verso Titano, luna di Saturno, o il telescopio spaziale Nancy Grace Roman, ma non molto di più.

Sono invece emblematici i suoi accenni a far leva su partnership private, o a “scienza come servizio” fornito da privati. Termini che per me richiamano un po’ troppo il modello CLPS per la Luna, che come abbiamo visto, almeno per ora, non sta avendo molto successo.
Insomma, nonostante le belle parole, è evidente che la scienza non rappresenta l’obiettivo principale di Isaacman. Anche se volesse davvero difenderla, sa benissimo che nei prossimi anni dovrà sacrificarne molto del budget sull’altare della competizione per la Luna. Poi non può certo mostrarsi paladino della scienza di fronte a un presidente la cui dottrina vede nella scienza, e nella conoscenza in generale, un nemico da combattere.
Isaacman predica che si può fare di più con meno soldi. Ma questo non si applica necessariamente a tutti i settori. Le missioni scientifiche di punta costano, e molto. Non le si può rimpiazzare con un paio di missioni a buon mercato, magari acquistate da un’azienda privata che cerca soprattutto di massimizzare i guadagni. Togliere i finanziamenti al programma scientifico significa distruggere quello che è stato da sempre il fulcro della NASA e la ragione del suo successo planetario.
Per ora il programma scientifico può vivere di rendita con i programmi iniziati nel passato e non ancora cancellati. Ma se la pressione sui fondi perdurasse per qualche anno i danni sarebbero incalcolabili. E anche se un giorno il sole tornasse ancora a splendere sulla scienza della NASA, occorrerebbero decenni per recuperare il livello perduto.
Quale futuro?
In questa situazione di difficoltà e in un mondo dello spazio che resta molto instabile, è difficile fare previsioni su quello che succederà. Isaacman dovrà sicuramente continuare a puntare tutto sulla Luna, almeno fino alla fine della presidenza Trump (che comunque segnerà tradizionalmente anche la fine del suo mandato di amministratore NASA).
Non so se lui stesso creda davvero che un allunaggio entro il 2028 sia fattibile. Sulla carta, gli USA hanno ancora due anni di margine sulla Cina, per cui potrebbero permettersi un po’ di ritardo: il 2030 come data per il primo allunaggio suona decisamente più realistica del 2028. E poi bisogna vedere se i cinesi manterranno i tempi stabiliti. Anche loro non hanno molto margine per possibili errori o fallimenti.
La corsa alla Luna sarà dunque il tema fondamentale per la NASA nei prossimi anni, almeno fino a quando uno dei due contendenti l’avrà vinta. Poi si vedrà chi e come sarà di parola e vorrà davvero continuare il programma per realizzare una presenza permanente sul suolo lunare. Dipenderà dalla sopravvivenza della competizione geopolitica tra le due super-potenze. Tutto il resto ne soffrirà le conseguenze, a cominciare dal programma scientifico.
Ma anche questa non è una situazione nuova. La NASA ha vissuto in passato situazioni simili, in cui un programma dominante (Apollo prima, Space Shuttle poi) assorbiva la gran parte del budget e tutti gli altri restavano quasi a bocca asciutta. In quei casi la gloriosa agenzia spaziale statunitense è sempre riuscita a sopravvivere e a rinascere più forte di prima. Oggi però le condizioni al contorno sono molto diverse, troppi elementi esterni (le aziende private, i militari, il Presidente) si sono attivati contro in parallelo. Vedremo se la NASA sarà abbastanza resiliente per resistere a tutto, sopravvivere e, in un giorno speriamo non troppo lontano, ripartire.








