SpaceX ha comunicato alle aziende che costruiscono i lander lunari robotici per la NASA che non fornirà più i lanci per le loro missioni. La notizia è emersa il 29 ottobre da tre fonti del settore, sentite dal giornalista americano Eric Berger che ne ha parlato in un articolo su Arstechnica. Il problema riguarda il programma CLPS (Commercial Lunar Payload Services), con cui la NASA acquista da aziende private il trasporto dei propri strumenti sulla superficie della Luna.
Fino a poco tempo fa, SpaceX aveva fornito a queste aziende delle stime preliminari dei costi di lancio, e almeno due di loro avevano già degli accordi per portare con il Falcon 9 alcuni elementi della Moon Base entro la fine del decennio. Quattro dei cinque lander del programma CLPS già partiti verso la Luna lo hanno fatto a bordo del Falcon 9.
La decisione riguarda le nuove missioni. Quelle con un contratto di lancio già firmato, come Griffin-1 di Astrobotic su un Falcon Heavy, prevista per la fine dell’anno, e IM-3 di Intuitive Machines su un Falcon 9 nel 2027, non dovrebbero essere toccate. Da SpaceX, per ora, non è arrivato nessun annuncio ufficiale.
Si tratta dell’ultimo di una serie di segnali. SpaceX ha già comunicato alla NASA che smetterà di far volare la Crew Dragon entro il 2030, tanto che l’Agenzia ordinerà nuove missioni alla Starliner di Boeing, e ha smesso di vendere lanci commerciali del Falcon 9 per missioni successive al 2028. Secondo quanto riportato la settimana scorsa, non parteciperà nemmeno a tre nuove gare della Space Force per lanci militari a fine decennio.
I contratti già firmati continuano a essere rispettati, ma dopo l’acquisizione di xAI e la quotazione in borsa di quest’anno, SpaceX punta sempre di più su Starlink e sull’intelligenza artificiale, con i satelliti Starmind per i data center in orbita. I lanci per conto terzi, NASA compresa, sembra diventeranno una voce marginale.
Cosa cambia per la Moon Base
La prima fase della Moon Base, aperta fino al 2029, prevede più di 20 allunaggi robotici: nove già nel 2027 e dieci nel 2028, quasi uno al mese. A giugno, per esempio, la NASA ha assegnato quattro nuove missioni da completare entro la fine del 2028, due ad Astrobotic e una ciascuna a Firefly e Intuitive Machines, per un totale di 590.4 milioni di dollari.

Per queste aziende la notizia è un problema serio. Gran parte dei lander CLPS partiti finora ha volato su un Falcon 9, e SpaceX era l’unico fornitore in grado di garantire date di lancio affidabili. Ora le alternative sono poche: il New Glenn di Blue Origin, fermo dall’esplosione sulla rampa del 28 maggio, oppure il Terran R di Relativity Space, che deve ancora entrare in servizio.
Anche alla NASA c’è chi inizia a chiedersi quanto SpaceX sia davvero impegnata sulla versione lunare di Starship, nonostante Jeremy Parsons, responsabile del programma Artemis, abbia ribadito che la dirigenza dell’azienda crede nelle missioni lunari. Nel breve periodo un allunaggio dovrebbe richiedere una ventina di lanci di Starship, mentre Musk sostiene che a regime ne basteranno 6 o 8. Anche a un ritmo di un lancio a settimana servirebbero più di quattro mesi di lanci dedicati, e ipotizzando 100 milioni di dollari a lancio si arriva a circa 2 miliardi, contro il contratto originale del 2021, da 2.89 miliardi, che comprendeva sia la missione dimostrativa sia quella con equipaggio. Alla domanda se SpaceX sarebbe disposta a fermare per mesi i lanci di Starlink e Starmind per un allunaggio, Parsons ha risposto che è una domanda legittima, soprattutto ora che l’azienda è quotata.
Blue Origin e la corsa al primo allunaggio
Come abbiamo visto pochi giorni fa, il 23 ottobre la NASA ha confermato che sia Starship sia il Blue Moon sono in corsa per il primo allunaggio, quello di Artemis IV nel 2028, e che sarà scelto il lander pronto per primo. Il piano di Blue Origin non prevede il rifornimento in orbita: tre stadi di trasferimento derivati dal Blue Moon Mark 1 vengono lanciati in orbita bassa, poi un quarto New Glenn porta il lander Mark 2, che si aggancia a loro e parte verso la Luna. L’azienda ha cambiato progetto quando la NASA ha chiesto tempi più rapidi, senza nessuna garanzia di nuovi fondi, e Parsons l’ha definita un partner fantastico, completamente impegnato nella missione.
La differenza di approccio si vede già in Artemis III, il volo di prova in orbita terrestre previsto nel 2027, con a bordo anche l’astronauta dell’ESA Luca Parmitano. Blue Origin sta costruendo una versione di test del Blue Moon, dentro cui gli astronauti entreranno per valutare cabina e supporto vitale. SpaceX invece userà una Starship presa dalla normale linea di produzione, a cui la Orion si aggancerà senza che l’equipaggio entri.
Per ora, quindi, è il New Glenn a diventare il razzo più importante per le ambizioni lunari della NASA. Dopo l’esplosione di maggio, Blue Origin ha quasi ricostruito la torre di accesso della rampa LC-36 in meno di cinque mesi, punta a tornare al volo entro la fine dell’anno e a metà ottobre ha annunciato due nuove rampe in Florida, dove ha già investito oltre 3 miliardi di dollari. Resta però molto da dimostrare, a partire dal ritmo di lancio: il New Glenn ha all’attivo finora solo tre lanci, mentre il piano lunare ne richiede quattro per ogni allunaggio.











