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La vista nell’infrarosso del James Webb sulla formazione stellare nella Extreme Outer Galaxy

Mariasole Maglione di Mariasole Maglione
Settembre 14, 2024
in Agenzie Spaziali, Astronomia e astrofisica, NASA, News, Scienza
Regione di formazione stellare Digel Cloud 2S nells periferia della Via Lattea, in cui il telescopio James Webb ha osservato stelle giovani e appena formate e i loro estesi getti di materiale. L'immagine è una combinazione di dati MIRI e NIRCam nel vicino e medio infrarosso. Credits: NASA, ESA, CSA, STScI, M. Ressler (JPL)

Regione di formazione stellare Digel Cloud 2S nells periferia della Via Lattea, in cui il telescopio James Webb ha osservato stelle giovani e appena formate e i loro estesi getti di materiale. L'immagine è una combinazione di dati MIRI e NIRCam nel vicino e medio infrarosso. Credits: NASA, ESA, CSA, STScI, M. Ressler (JPL)

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Utilizzando gli strumenti NIRCam (Near-InfraRed Camera) e MIRI (Mid-InfraRed Instrument) del James Webb Space Telescope, gli scienziati hanno osservato nel vicino e medio infrarosso la periferia della Via Lattea. In particolare, si sono concentrati in una regione soprannominata Extreme Outer Galaxy a causa della sua posizione a più di 58mila anni luce di distanza dal centro galattico; per confronto, la Terra dista circa 26mila anni luce dal centro.

Il James Webb ha così permesso di ottenere immagini con dettagli senza precedenti di due nubi molecolari all’interno di questa regione, Digel Cloud 1 e Digel Cloud 2.

Grazie all’alto grado di sensibilità e alla nitida risoluzione, i dati di Webb stanno consentendo agli scienziati di studiare dettagliatamente gli ammassi stellari presenti in queste aree. Essi sono infatti caratterizzati da burst di formazione stellare, protostelle molto giovani, deflussi, getti e strutture nebulari molto particolari.

La formazione stellare dell’Extreme Outer Galaxy

Le Digel Clouds si trovano all’interno della nostra Galassia, eppure sono relativamente povere di elementi più pesanti dell’idrogeno e dell’elio. Hanno una composizione che le rende più simili alle galassie nane, e alla versione primordiale della Via Lattea.

I ricercatori hanno perciò colto l’occasione di usare Webb per studiare l’attività di quattro giovani ammassi di stelle in queste regioni: 1A, 1B, 2N e 2S.

Immagine annotata di Digel Cloud 2S catturata dalla NIRCam (Near-Infrared Camera) e dal MIRI (Mid-Infrared Instrument) di Webb. Le lunghezze d'onda del vicino e medio infrarosso, a noi invisibili, sono state tradotte in colori di luce visibile. Credits: NASA, ESA, CSA, STScI, Michael Ressler (NASA-JPL)
Immagine annotata di Digel Cloud 2S catturata dalla NIRCam (Near-Infrared Camera) e dal MIRI (Mid-Infrared Instrument) di Webb. Le lunghezze d’onda del vicino e medio infrarosso, a noi invisibili, sono state tradotte in colori di luce visibile. Credits: NASA, ESA, CSA, STScI, Michael Ressler (NASA-JPL)

“In passato, eravamo a conoscenza di queste regioni, ma non eravamo in grado di approfondire le loro proprietà” ha spiegato Natsuko Izumi della Gifu University e del National Astronomical Observatory of Japan, autore principale dello studio che mostra i risultati. “I dati Webb si basano su ciò che abbiamo raccolto gradualmente nel corso degli anni da osservazioni precedenti con diversi telescopi e osservatori. Con Webb possiamo ottenere immagini impressionanti di queste nubi”.

Per Cloud 2S, il Webb ha catturato l’ammasso principale, contenente stelle giovani e appena formate. Questa area molto densa è piuttosto attiva: diverse stelle emettono getti estesi di materiale lungo i loro poli, un comportamento comune durante le loro prime fasi di vita. Inoltre, i dati di Webb hanno confermato per la prima volta l’esistenza di un sotto-ammasso all’interno della nube.

Un avamposto stellare

Le immagini di Webb sono dettagliatissime, ma l’osservatorio può guardare molto più in profondità. Gli scienziati intendono ottenerne di nuove, rivisitando l’Extreme Outer Galaxy che hanno definito un “avamposto nella Via Lattea” per trovare risposte a una serie di domande.

Per esempio, capire quale sia l’abbondanza relativa di stelle di varie masse all’interno degli ammassi stellari di questa regione, una misurazione che può aiutare gli astronomi a capire come un ambiente particolare può influenzare diversi tipi di stelle durante la loro formazione. E successivamente, combinando questi dati con quelli di altri telescopi e osservatori, sarà possibile comprendere meglio ogni stadio del processo evolutivo.

Izumi ha spiegato che hanno anche in programma di studiare i dischi circumstellari all’interno dell’Extreme Outer Galaxy, la cui durata di vita sembra sia più breve rispetto alle regioni di formazione stellare molto più vicine a noi.

Sebbene la storia della formazione stellare sia complessa e alcuni capitoli siano ancora avvolti nel mistero, quindi, Webb sta raccogliendo sempre più indizi per aiutare gli astronomi a una comprensione sempre maggiore.

Lo studio, pubblicato su The Astronomical Journal, è reperibile qui.

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Tags: centro galatticoJames WebbJames Webb Space TelescopeStelleVia lattea

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