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Scoperte con il James Webb nove sorgenti galattiche anomale, quasi all’alba dell’Universo

Mariasole Maglione di Mariasole Maglione
Gennaio 8, 2026
in Astronomia e astrofisica, News, Scienza
Quattro delle nove galassie anomale identificate nel Cosmic Evolution Early Release Science Survey (CEERS) del James Webb. Credits: NASA, ESA, CSA, Steve Finkelstein (UT Austin)

Quattro delle nove galassie anomale identificate nel Cosmic Evolution Early Release Science Survey (CEERS) del James Webb. Credits: NASA, ESA, CSA, Steve Finkelstein (UT Austin)

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Un team di astronomi dell’Università del Missouri ha identificato una popolazione di oggetti cosmici molto distanti nell’Universo che non rientrano nelle categorie di sorgenti finora conosciute.

Utilizzando i dati d’archivio del James Webb, i ricercatori hanno analizzato circa 2000 sorgenti in diverse indagini extragalattiche e individuato nove oggetti puntiformi presenti tra 12 e 12.6 miliardi di anni fa, quindi appartenenti a un’epoca molto prossima all’origine dell’Universo. Nonostante la loro natura compatta e puntiforme, caratteristiche che portano di solito a identificare un oggetto come un quasar (una galassia con un buco nero supermassiccio attivo), questi nove oggetti non mostrano segnali coerenti con questa classificazione.

Il team, guidato da Haojing Yan, ha paragonato la combinazione di tratti osservati in questi oggetti all’ornitorinco, un animale che sfida le categorie biologiche tradizionali: caratteristiche che di norma non dovrebbero coesistere sembrano farlo in questi oggetti cosmici.

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La scoperta, presentata il 6 gennaio 2026 durante il meeting annuale dell’American Astronomical Society a Phoenix, solleva nuove domande su come le galassie si formino nelle primissime fasi dell’Universo, e suggerisce che il Webb stia rivelando oggetti e fasi evolutive finora invisibili.

Una popolazione fuori da ogni classificazione

Il metodo utilizzato per identificare questi oggetti parte dall’analisi combinata di immagini profonde e spettri a bassa risoluzione, raccolti da varie survey del James Webb. Le immagini ad alta risoluzione del telescopio mostrano queste sorgenti come puntiformi, simili a stelle lontane o quasar: oggetti così distanti appaiono talmente piccoli da non risolvere la struttura interna.

Tuttavia, quando gli astronomi hanno esaminato lo spettro di ciascuno, cioè la distribuzione della luce in funzione della lunghezza d’onda, è emersa una discrepanza. Nei quasar le righe di emissione sono ampie e con base larga, un effetto della materia che si muove a velocità elevatissime nel disco di accrescimento attorno al buco nero supermassiccio al centro. Qui, invece, le righe sono strette e appuntite, indicando gas in movimento relativamente lento.

Questo grafico illustra il picco stretto degli spettri che ha attirato l'attenzione dei ricercatori in un piccolo campione di galassie, rappresentato qui dalla galassia CEERS 4233-42232. In genere, le sorgenti luminose simili a punti distanti sono quasar, ma gli spettri quasar hanno una forma molto più ampia, come indicato dalla linea punteggiata azzurra. Credits: NASA, ESA, CSA, Joseph Olmsted (STScI)
Questo grafico illustra il picco stretto degli spettri che ha attirato l’attenzione dei ricercatori in un piccolo campione di galassie, rappresentato qui dalla galassia CEERS 4233-42232. In genere, le sorgenti luminose simili a punti distanti sono quasar, ma gli spettri quasar hanno una forma molto più ampia, come indicato dalla linea punteggiata azzurra. Credits: NASA, ESA, CSA, Joseph Olmsted (STScI)

In galassie comprese in un’altra classe, chiamate green peas, si osservano spettri simili, ma quelle galassie sono più grandi e meno compatte rispetto agli oggetti appena scoperti.

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Questa combinazione di caratteristiche non ha finora un equivalente nei cataloghi astronomici esistenti. Gli oggetti non possono essere stelle della nostra galassia (troppo distanti), non rientrano nella definizione classica di quasar e non somigliano in modo diretto alle galassie che conosciamo a quelle epoche.

Per questi motivi i ricercatori li definiscono delle anomalie, o oggetti platypus (in inglese, platypys significa ornitorinco), in analogia con la creatura terrestre che combina tratti di gruppi tassonomici diversi.

Implicazioni per la formazione delle galassie

Una delle domande che nasce da questa scoperta riguarda come si sono formate le prime galassie. Secondo le teorie attuali, galassie grandi come la Via Lattea si sarebbero formate unendo tra loro tante galassie più piccole, in un processo di fusione durato miliardi di anni. Ma cosa succede prima che queste fusioni inizino? È possibile che esistano galassie piccolissime e molto semplici, che si formano da sole, senza interazioni violente con altre? E se esistono, come possiamo trovarle?

Le nove sorgenti scoperte dal team potrebbero essere proprio questi primi mattoni con cui si costruiscono le galassie più grandi. Se questa ipotesi fosse confermata, sarebbe un passo importante per capire meglio le prime fasi dell’evoluzione dell’Universo.

Per ora però ci sono dei limiti, soprattutto nei dati: gli spettri osservati sono a bassa risoluzione, e questo non permette di sapere con certezza se si tratta davvero di galassie in formazione. Le caratteristiche osservate potrebbero anche essere causate da gas illuminato da stelle giovani, invece che da un buco nero attivo. La differenza tra le due possibilità sta nella velocità del gas e nei meccanismi che lo fanno brillare.

Per avere risposte più precise, gli astronomi intendono ottenere spettri più dettagliati e cercare altri oggetti simili. Solo con un numero maggiore di esempi sarà possibile capire se si tratta di una fase temporanea nella nascita delle galassie, oppure di qualcosa di completamente nuovo.

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Tags: galassieJames WebbquasarTelescopio spazialeuniverso primordiale

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