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Project Sunrise: Blue Origin punta ai data center nello spazio con una costellazione da 50 mila satelliti

Andrea D'Urso di Andrea D'Urso
Marzo 20, 2026
in Blue Origin, News, Space economy
Il New Glenn in volo. Credits: Blue Origin

Il New Glenn in volo. Credits: Blue Origin

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Blue Origin ha presentato il 19 marzo 2026 una richiesta alla Federal Communications Commission (FCC) per avviare Project Sunrise, una costellazione di satelliti in orbita terrestre bassa che funzioni da sistema di data center orbitali dedicati all’intelligenza artificiale, al machine learning e al cloud computing. Il progetto prevede fino a 51 600 satelliti distribuiti in orbite eliosincrone tra 500 e 1800 km di altitudine. Blue Origin punta a rispondere alla crescente domanda globale di potenza di calcolo, riducendo al contempo l’impatto energetico dei data center terrestri.

Blue Origin si inserisce così in un settore sempre più competitivo, quello dei data center orbitali, dove diverse aziende stanno già muovendo i primi passi, tra cui SpaceX. L’azienda di Elon Musk ha anch’essa presentato una proposta alla FCC per la realizzazione di una costellazione composta da circa un milione di satelliti.

Vi sono inoltre altri progetti in fase di sviluppo, portati avanti da aziende come Axiom Space e Starcloud, che hanno lanciato i loro primi prototipi. Vi sono anche diversi progetti italiani in fase di sviluppo legati all’elaborazione dati in orbita, tra cui il progetto ASCEND di Thales Alenia Space e un’iniziativa di D-Orbit, sviluppata in collaborazione con Planetek e Aiko.

Due costellazioni per Blue Origin

Dai documenti della FCC si evince che la costellazione Sunrise sfrutterà diversi piani orbitali con inclinazioni comprese tra 97° e 104°. Ciascuno di questi piani conterrà tra i 300 e i 1.000 satelliti.

Questa architettura permette una copertura globale continua e condizioni di illuminazione quasi costanti, ideali per massimizzare la produzione energetica tramite pannelli solari. Blue Origin prevede inoltre l’utilizzo di diverse configurazioni hardware, incluse più varianti di antenne, per adattare la copertura alle diverse esigenze operative del sistema.

Dal punto di vista tecnologico, il sistema si basa principalmente su collegamenti ottici inter-satellitari. Questi link laser permettono di trasferire grandi quantità di dati con latenza ridotta e senza occupare lo spettro radio. Blue Origin prevede di sfruttare anche la costellazione TeraWave, presentata a gennaio, per garantire una connettività efficiente tra i nodi della rete e le stazioni di terra. Questo sistema sarà composto da 5408 satelliti e fungerà da infrastruttura di supporto per il trasferimento dei dati.

Uno degli aspetti più innovativi riguarda il ruolo dei satelliti come veri e propri data center. Elaborare i dati direttamente in orbita potrebbe ridurre la necessità di trasmettere grandi volumi di informazioni verso la Terra, con benefici in termini di latenza e consumo energetico. Questo approccio potrebbe risultare particolarmente utile per applicazioni legate all’osservazione della Terra, alla ricerca scientifica e alla gestione di sistemi complessi basati su AI.

Blue Origin sottolinea anche i vantaggi ambientali del progetto. I data center spaziali non richiedono acqua per il raffreddamento e riducono la pressione sulle reti elettriche terrestri. Tuttavia, il progetto solleva interrogativi sulla sostenibilità orbitale e sulla gestione del traffico spaziale, considerando l’elevato numero di satelliti previsti.

Infine, l’azienda ha richiesto diverse deroghe alle norme FCC, sostenendo che l’uso limitato dello spettro radio e l’architettura innovativa del sistema non interferiranno con altri operatori.

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Tags: Blue OriginData centerIASunRISEterawave

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