Per molto tempo, l’astronauta non è stato pensato come un lavoro da donne. Non lo era nell’immaginario collettivo, non lo era nei requisiti ufficiali, non lo era nei corridoi delle agenzie spaziali. Era un mestiere costruito su misura per gli uomini: militari, piloti, veterani dell’aeronautica. Le prime selezioni della NASA richiedevano ore di volo su jet supersonici e gradi militari che, semplicemente, alle donne non erano concessi.
Poi, all’inizio degli anni Sessanta, qualcosa si è incrinato in quella narrazione. L’Unione Sovietica, nel pieno della competizione con gli Stati Uniti, scelse di portare nello spazio una donna prima ancora che Washington si decidesse ad ammettere le proprie candidate ai programmi ufficiali. Il 16 giugno 1963, Valentina Tereškova volò a bordo della Vostok 6, diventando la prima donna nello spazio. Fu un successo straordinario, celebrato come prova della superiorità del sistema sovietico. Ma dietro la narrazione trionfale si nascondevano contraddizioni, silenzi, difficoltà e, soprattutto, una lunga pausa: dopo di lei, per quasi vent’anni, nessun’altra sovietica avrebbe raggiunto l’orbita.
Questa storia complessa, fatta di anni di ostacoli e di conquiste, è affrontata in “Non era un lavoro da donne – Storie di astronaute e cosmonaute” di Maria Rosa Menzio, edito Scienza Express, un testo che è un po’ un racconto, un po’ una ricostruzione storica, un po’ un’indagine sulle radici culturali di un’esclusione durata decenni, e che raccoglie le storie di alcune delle donne che hanno permesso oggi di rendere l’astronauta non solo un lavoro da uomini.
Donne semplici con un sogno in comune
Uno degli aspetti più riusciti del libro è che non troviamo soltanto le astronaute più note al grande pubblico, ma anche storie che sono spesso rimaste ai margini del racconto ufficiale dell’esplorazione spaziale.
Un esempio è quello di Geraldyn “Jerrie” Cobb, pioniera dell’aviazione e membro del gruppo passato alla storia come Mercury 13. Nel 1960, tredici donne superarono test fisici e psicologici analoghi a quelli imposti ai primi astronauti statunitensi. Eppure il programma non ebbe mai un riconoscimento ufficiale. Nonostante l’appoggio di alcune figure interne alla NASA e l’interesse mediatico, la strada fu chiusa. L’allora amministratore della NASA, James Webb, non aprì le porte a una reale integrazione femminile nel corpo astronauti. Cobb divenne consulente per il programma spaziale, ma non volò mai.

Quella sconfitta, tuttavia, non fu inutile. Le proteste, le audizioni al Congresso, il dibattito pubblico contribuirono a creare un precedente. Quando nel 1978 la NASA selezionò il primo gruppo di astronauti che includeva donne, quel risultato affondava le radici anche nel lavoro delle donne che ci avevano provato per prime, pur senza riuscirci.
L’autrice restituisce a queste vicende il loro peso storico, portando esempi di come donne comuni abbiano tentato strade nuove, spesso senza riuscire a raggiungere l’obiettivo finale, ma lasciando comunque un segno.
Particolarmente interessante è la parte dedicata all’Unione Sovietica. L’autrice stessa racconta di essersi avvalsa di una consulenza esterna per la revisione e l’approfondimento della sezione sovietica, sottolineando come molte informazioni non siano mai circolate in Italia. Ed è un elemento che si percepisce anche nella lettura: la ricostruzione non si limita alla figura di Tereškova, ma prova a restituire un contesto più ampio, fatto di selezioni, esclusioni, dinamiche politiche e narrative di propaganda.
Una storia necessaria
Accanto alle pioniere statunitensi e sovietiche, il libro racconta anche altre storie fondamentali: la prima donna afroamericana in orbita, Mae Jemison; la prima donna di origine indiana a volare nello spazio, Kalpana Chawla; la prima taikonauta cinese, Liu Yang; e la “nostra” Samantha Cristoforetti.
Sono storie diverse tra loro, ma tutte accomunate da una cosa: non si è trattato solo di superare una barriera di genere. In molti casi c’erano anche ostacoli culturali, politici, identitari. Diventare “la prima” non significa solo partire per una missione, significa rappresentare qualcosa di più grande, e spesso farlo sotto una pressione enorme. Il libro riesce a mostrare bene quanto fosse difficile non solo l’addestramento, ma tutto ciò che viene prima: essere selezionate, essere credute, essere considerate all’altezza. Ogni passo è stato, per molte di queste donne, una conquista.

Leggere “Non era un lavoro da donne” oggi fa capire davvero come quello che ora ci sembra normale non lo è sempre stato. Oggi le donne nei corpi astronauti sono molte di più rispetto agli anni Ottanta, anche se restano meno degli uomini. Ma vedere una donna al comando di una missione o impegnata in una passeggiata spaziale non è più qualcosa di eccezionale. E questo libro ci ricorda che non è successo per caso.
Peccato solo per la brevità. Sarebbe stato interessante approfondire di più l’attualità, raccontare le carriere delle astronaute di oggi, europee, americane o di altri Paesi. Ma sarebbe stato un lavoro enorme, e la scelta di concentrarsi soprattutto sulla storia ha una sua coerenza. Piuttosto, colpisce che in Italia ci siano ancora pochi testi che affrontano il tema in modo così organico. Ne è testimone il fatto che questo sia il primo libro di questo tipo che mi trovo a leggere.
L’astronauta non era un lavoro da donne. È diventato anche un lavoro da donne grazie a chi ha insistito, a chi ha lottato, a chi non ce l’ha fatta ma ha aperto la strada. Il libro di Maria Rosa Menzio racconta quel percorso, con tutto ciò che lo ha reso possibile.
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