Nel cercare la vita altrove, nello spazio, partiamo da una domanda che, in realtà, non sappiamo ancora formulare davvero, e di cui non conosciamo appieno la risposta: che cos’è la “vita”? È una domanda enorme, vastissima, che spazia molto lontano, eppure è proprio da qui che parte il nuovo libro del professor Giovanni Covone, La vita e le stelle, edito HarperCollins. Non da una risposta, ma da un senso di vertigine.
“Ma dall’alto e lontano da casa, la Terra non mi appariva affatto insignificante” scrive nel prologo. “Come poteva la Terra essere insieme così piccola e così importante?”. È una delle tante riflessioni che attraversano il libro e che ne definiscono subito il tono: non un semplice saggio divulgativo sull’astrobiologia e la ricerca di vita nell’Universo, ma un viaggio continuo tra fisica, chimica, astronomia e filosofia.
Il prof. Covone riesce in qualcosa che pochi saggi scientifici riescono davvero a fare: parlare del cosmo senza perdere di vista l’Umanità. O forse, il contrario. Parlare dell’Umanità, che rappresenta tutta la vita che oggi conosciamo nell’immensità dell’Universo, attraverso il cosmo.
Il risultato è un libro che si muove continuamente tra il concreto e l’astratto. Da una parte ci sono l’entropia, i gradienti termodinamici, l’evoluzione chimica, i pianeti erranti, l’origine delle membrane cellulari. Dall’altra ci sono il dubbio, la fragilità, il senso della nostra esistenza e quella sensazione quasi malinconica che nasce quando ci si rende conto di quanto la vita sembri ostinata sulla Terra, eppure terribilmente rara, o comunque al momento silenziosa, nel resto dell’Universo. “C’è un paradosso tra la tenacia della vita e la sua apparente rarità cosmica” scrive. Ed è forse il cuore dell’intero libro.
La vita come un vortice
Uno degli aspetti più belli del testo è il modo in cui il prof. Covone racconta la vita non come qualcosa di statico, ma come un processo fisico immerso nel caos dell’Universo. La descrive come un “vortice” che resiste al disordine. Un’immagine che ritorna più volte e che diventa quasi il simbolo dell’intero libro.
“Non siamo i nostri atomi. Siamo il vortice, non l’acqua.” È una frase semplice, ma dentro contiene moltissimo. Nel capitolo dedicato alla termodinamica e all’entropia, Covone spiega come la vita esista solo perché riesce temporaneamente a opporsi alla tendenza universale verso l’equilibrio. I gradienti di temperatura, pressione e concentrazione chimica diventano il motore di ogni processo biologico. La membrana cellulare non è più soltanto un elemento biologico, ma “la risposta della vita al secondo principio della termodinamica”.
Sono concetti complessi, ma l’autore riesce a renderli comprensibili senza banalizzarli. E soprattutto senza trasformare l’intento divulgativo in una lezione scolastica, perché la scrittura è molto narrativa, quasi contemplativa in certi passaggi. Ti accompagna dentro le idee, invece di limitarsi a spiegarle.
E per questo, ritengo sia adatto a un pubblico molto vario, anche di chi non ha studiato materie scientifiche. Chi arriva da un background scientifico, sicuramente lo apprezzerà molto di più, ma non è vincolante.
Una ricerca che parla anche di noi
Naturalmente c’è molta astrobiologia. Si parla della ricerca di biosignature, dell’origine della vita terrestre, dei mondi abitabili, dei limiti delle nostre osservazioni e della possibilità che la Terra rappresenti un caso rarissimo. Ma il punto più interessante è che il libro non tratta mai la ricerca della vita extraterrestre come una semplice caccia scientifica. “Cercare la vita altrove è uno dei modi con cui tentiamo di capire come sia emersa qui”.
Il prof. Covone insiste molto sul fatto che la scienza non parta dalle definizioni perfette, ma dall’esplorazione. “Pretendere di sapere esattamente cosa cercare prima di averlo trovato è un errore”, scrive parlando dell’astrobiologia. È un’idea profondamente scientifica, ma anche molto umana. La conoscenza non come certezza, ma come approssimazione continua.
In questo senso, “La vita e le stelle” riesce anche a trasmettere bene quanto sia difficile fare scienza su temi così enormi. Non c’è alcuna illusione di avere già tutte le risposte. Anzi, il testo sembra voler mostrare continuamente quanto il confine tra noto e ignoto sia ancora vastissimo.
Tra i passaggi che ho più apprezzato ci sono quelli dedicati al tempo e alla mortalità biologica. L’autore affronta l’idea che la vita sopravviva perché gli esseri viventi non durano per sempre. È una riflessione che parte dall’evoluzione biologica ma finisce inevitabilmente per toccare qualcosa di più personale. E il libro è pieno di momenti simili: parti da una spiegazione sulla selezione naturale e ti ritrovi a riflettere sulla memoria, sull’identità, sul nostro posto nell’Universo.
Anche quando affronta temi molto tecnici, come l’abiogenesi, la chimica prebiotica o il ruolo dei gradienti energetici, Covone mantiene sempre questa doppia anima, rigorosa e visionaria. Penso sia questo l’aspetto che rimane di più dopo la lettura: non tanto una singola nozione o molte di esse, ma una sensazione. La sensazione che cercare la vita nel cosmo significhi, inevitabilmente, cercare anche qualcosa di noi stessi…
Siamo ricercatori confinati nella nostra ansa del fiume cosmico. Rivolgiamo lo sguardo alle stelle, inviamo sonde verso i pianeti vicini e scrutiamo anche gli abissi dei nostri oceani per rispondere alla stessa domanda.
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