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Lo fece l’Italia negli anni ’60. Ecco ora chi lancerà da piattaforme nell’oceano

Mattia Simeoni di Mattia Simeoni
Agosto 13, 2021
in Agenzie Spaziali, Esplorazione spaziale, News, Spazio Italiano
La piattaforma San Marco al largo del Kenia.

La piattaforma San Marco al largo del Kenia.

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SpaceX si sta dotando di piattaforme oceaniche da cui effettuare i lanci spaziali dei suoi vettori, in particolare di Starship. L’idea non è del tutto nuova. Nel 1988 divenne operativa la piattaforma di lancio multinazionale Sea Launch, ed il primo esempio di questa applicazione risale addirittura al 1967, ed è italiano: il progetto San Marco.

Gli italiani lanciano dal Kenya

All’inizio degli anni Sessanta, gli italiani avevano compiuto i primi passi del loro programma spaziale e, dopo i lanci di razzi sonda dalla Sardegna, l’obiettivo era mettere in orbita un proprio satellite da un poligono nazionale, ma sorgevano una serie di problematiche di natura geografica. La geografia ricopre un ruolo importantissimo per le applicazioni di lancio. In primo luogo la caduta degli stadi dei razzi e il rischio di failure nelle prime fasi dopo il decollo obbligano ad impostare traiettorie che non sorvolino luoghi abitati.

Il lancio del satellite Ariel 5 nel 1974 dalla piattaforma San Marco.
Il lancio del satellite Ariel 5 nel 1974 dalla piattaforma San Marco.

In aggiunta, l’inclinazione dell’orbita può essere inferiore alla latitudine del poligono di lancio solo con correzioni orbitali molto onerose in termini di carburante. Insomma, se si vuole un’orbita polare (90 gradi di inclinazione) la si può ottenere lanciando verso nord o sud da qualunque punto della Terra, se, invece, si vuole un’orbita equatoriale, o si lancia dall’Equatore (tra l’altro verso Est per sfruttare la spinta della rotazione terrestre) o si compiono queste onerose correzioni.

Gli italiani si trovarono a sopperire alla prima problematica (impossibile trovare una traiettoria sicura nel bel mezzo del Mediterraneo) risolvendo anche la seconda: il poligono sarebbe stato infatti piazzato a largo del Kenya, a pochissimi gradi dall’Equatore stesso. Era la prima volta che si attuava questo tipo di soluzione, e la cosa risultava interessante anche per gli americani, che supportarono il programma fornendo non solo il razzo Scout , ma anche la piattaforma da cui lanciarlo, la San Marco, originariamente concepita per supportare le operazioni di sbarco delle proprie forze armate (una seconda piattaforma, quella di controllo, la Santa Rita, era invece una ex piattaforma per l’estrazione del petrolio dell’Eni).

Tra il 1967 e il 1974 il poligono vide il lancio di otto satelliti, poi le avverse condizioni economiche ne decretarono una fortissima riduzione operativa, con un solo lancio nel 1988 prima dell’oblio definitivo e dell’attuale deterioramento delle strutture. A testimonianza della acuta scelta italiana, cinque di questi otto lanci furono operati per clienti esteri, anche questi interessati ai vantaggi che dava il posizionamento delle piattaforme (l’altro poligono quasi equatoriale, quello franco-europeo di Kourou, sarebbe arrivato solo qualche anno dopo).

Sea Launch, russi e americani insieme

Tuttavia, per una delle principali orbite equatoriali, quella geostazionaria, la San Marco risultava troppo piccola. La geostazionaria è importante per le telecomunicazioni poiché il satellite, avendo la stessa velocità angolare della Terra, risulta stabile rispetto ad esso e può mantenere il puntamento di una certa area. E’ però distante (circa 36000 chilometri) e richiede razzi relativamente grandi per raggiungerla e satelliti relativamente pesanti per operarvi. Per tentare una strada alternativa ai consueti lanci da Cape Kennedy o Bajkonur (con tanto di relative correzioni orbitali), un consorzio a guida Boeing con partecipazioni di Stati Uniti, Russia, Norvegia e Ucraina decise di replicare l’adattamento di una piattaforma petrolifera a scopi di lancio.

La piattaforma SeaLaunch
La piattaforma SeaLaunch

Il risultato fu il Sea Launch, una piattaforma il cui maggiore dislocamento rispetto alla San Marco permise l’impiego del vettore pesante Zenith 3-SL (460 tonnellate contro le 20 dello Scout) per un totale di 36 lanci dal 1995 al 2014. L’attuale inoperatività della piattaforma per ragioni politiche, non ha però segnato la fine dei lanci “marittimi”: a settembre 2020 è stata, infatti, la Cina a replicare l’impresa con un lancio da un’enorme chiatta del vettore Lunga Marcia 11 e rumors mostrano anche un interesse tedesco per questo tipo di soluzione, oltre naturalmente a quello di SpaceX.

Vantaggi e svantaggi delle piattaforme

Anche per la Germania, come già per l’Italia, il motivo principale risulterebbe essere l’aggiramento dei vincoli geografici per ottenere un’autonomia di lancio. E’ questo ancora il principale vantaggio di questa soluzione. L’autonomia di lancio permette di poter entrare nel mercato dei lanci dei piccoli satelliti (previsto in grandissima crescita nei prossimi 5/10 anni), di instaurare relazioni politiche e commerciali con i paesi clienti e di poter sviluppare un programma nazionale senza che esso rimanga rallentato in poligoni esteri da attività di altri paesi. L’alternativa alla soluzione marittima sarebbe un accordo con un paese estero esente da vincoli per una base terrestre, ma l’indipendenza strategica ne risulterebbe ridimensionata.

C’è da dire che, da questo punto di vista, il precedente italiano era una via di mezzo: le piattaforme erano all’occorrenza spostabili, ma ancorate al fondale, ed erano assistite e rifornite da terraferma, tanto che erano necessari accordi specifici col governo del Kenya sul loro utilizzo. La soluzione di Sea Launch, Cina, Germania e SpaceX prevede invece piattaforme in mare aperto, completamente indipendenti o assistite esclusivamente da navi.

Partenza di un Lunga Marcia 11 dalla piattaforma oceanica cinese.
Partenza di un Lunga Marcia 11 dalla piattaforma oceanica cinese.

La Germania la collocherebbe nel mar del Nord, per poter effettuare lanci in orbita polare con il suo vettore leggero in sviluppo, l‘RFA One, e in orbita polare ha lanciato anche la Cina con la sua chiatta, anche se in questo caso l’interesse verso una maggiore proiezione strategica è maggiore di quello verso il superamento di vincoli geografici. Come detto, non c’è però solo l’autonomia di lancio. Il secondo più importante vantaggio, già introdotto, è la latitudine: potendo essere posizionata all’Equatore, il lancio da piattaforma permette di ottimizzare il carico del lanciatore non dovendo trasportare anche il carburante per la correzione orbitale.

Considerando i lanci del vettore Zenith 3-SL utilizzato sulla Sea Launch, ma anche stime sui lanci dei vettori Delta da Cape Canaveral o del Proton da Bajkonur, si vede che il lancio dall’Equatore rispetto ai suddetti poligoni permette un incremento del carico utile anche superiore al 15-20% (circa 1 tonnellata in questi casi). E’ questo un aspetto che ha un peso per particolari missioni con payload al limite di capacità di un lanciatore o, soprattutto, per una maggiore appetibilità sul mercato dei lanci stessi.

Chiaramente non ci sono solo vantaggi. A livello logistico, il confronto con la soluzione terrestre soffre ovviamente gli spazi ridotti e la sacrificata versatilità (l’adattamento della piattaforma è studiato per un vettore specifico). A questa si aggiunge la necessità di dislocare la piattaforma per ogni lancio (il che non vale, però, per le piattaforme ancorate al fondale). Paradossalmente è invece quasi un vantaggio la movimentazione del vettore, che può passare dalla nave con cui proviene dalla fabbrica direttamente alla struttura di assemblaggio mediante delle gru, cosa che per i poligoni a terra non sempre è possibile e che obbliga a volte a movimentazioni, come detto all’epoca anche da von Braun, tutt’altro che banali. E le intenzioni di SpaceX sono proprio quelle di lanciare un vettore pesante: Starship.

Un render di Starship in partenza dalla piattaforma oceanica di SpaceX.
Un render di Starship in partenza dalla piattaforma oceanica di SpaceX.

Chi sarà il prossimo?

Proprio l’iniziativa di SpaceX, rimane al momento descritta da poche informazioni oltre ai tweet (con tanto di render delle piattaforme) con cui Musk ha annunciato di voler lanciare il suo razzo dal mare. Condizioni e vantaggi di questa soluzione, come visto, dipendono fortemente dagli attori in gioco e dalle loro limitazioni e ambizioni. Erano diverse le condizioni e i vantaggi di San Marco e Sea Launch, e sono diverse le condizioni e i vantaggi di Cina e Germania, nonché, a maggior ragione, lo saranno quelle di un privato come SpaceX.

Le piattaforme acquistate dall’azienda americana sono due, al momento sottoposte ai lavori di adattamento alle operazioni di lancio. Sono state rinominate Phobos e Deimos e, sempre via Twitter, lo stesso Musk ha dichiarato che l’obiettivo sarà renderle pronte per i lanci il prossimo anno. Con la Sea Launch al momento ferma, la San Marco abbandonata, in attesa di quelle che saranno le decisioni della Germania, il prossimo lancio da piattaforma sarà perciò affare di una tra Phobos, Deimos o, perché no, di nuovo le chiatte cinesi.

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Tags: CinaItaliaPiattaformeSpaceX

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