Articolo aggiornato il 10 gennaio con un commento aggiuntivo dell’astronauta Charles Camarda
La questione sulla sicurezza dello scudo termico di Orion è stata al centro di infinite discussioni negli ultimi due anni. Il problema derivava da un’analisi fatta sullo scudo termico della prima capsula Orion, quella di Artemis I, che ha volato nello spazio e intorno alla Luna nel 2022. Al ritorno, quello scudo termico si è usurato più del previsto, mostrando alcune crepe e sezioni dove il materiale ablativo protettivo era stato rimosso. Non sarebbe dovuto succedere.
Questi problemi, nei tre anni sucessivi hanno dato origine a diverse critiche e considerazioni sul progetto stesso della capsula Orion ma anche sulla gestione del problema da parte della NASA. Lo stesso astronauta Reid Wiseman, che volerà a bordo della missione Artemis II, in origine era scettico sulla sicurezza di questo scudo termico (ora non lo è più).
Dopo quasi due anni di analisi infatti, la soluzione proposta dalla NASA a settembre 2025 fu quella di mantenere lo scudo termico attuale, modificare il profilo di volo per renderlo meno impattante, e fidarsi della capsula. Questa soluzione originariamente non è piaciuta a diversi tecnici e astronauti. Ora anche loro sembra che abbiano cambiato opinione.
Il nuovo amministratore della NASA, Jared Isaacman, ha infatti deciso di ascoltare i pareri di diversi tecnici esterni ed interni, e in particolare di due astronauti: Charles Camarda e Danny Olivas. Inoltre, con questi due astronauti (e altri tecnici), Isaacman ha organizzato un incontro per discutere della questione, al quale sono stati invitati anche due giornalisti. Una cosa inusuale per la NASA degli ultimi anni, ma sicuramente apprezzata. I due giornalisti sono stati Eric Berger di Arstechnica e Micah Maidenberg del Wall Street Journal che ne hanno parlato. Grazie a loro abbiamo avuto qualche indicazione aggiuntiva sul piano della NASA per risolvere questo problema.
Uno scudo termico…per ora.
Dopo la conferenza di settembre, durante la quale venne annunciato il piano della NASA di modificare il piano di volo, le critiche furono molte. Sembrava infatti che oltre due anni di ritardi, principalmente dovuti al problema allo scudo termico, fossero stati mal utilizzati per arrivare alla conclusione di una modifica al piano di volo. Secondo quanto emerso dalla riunione che si è tenuta giovedì 8 gennaio però, la questione principale era capire il motivo e le possibili soluzioni per questo problema. Una volta capiti questi, scegliere la soluzione sembra sia stato relativamente semplice.

Lo scudo termico di Orion è formato da 187 diverse piastrelle di uno materiale chiamato Avcoat, che in gergo tecnico si definisce ablativo. Questo materiale è infatti in grado di consumarsi per smaltire in questo modo il calore in eccesso, che durante un rientro dalla Luna arriva a superare i 2700 C°.
Durante Artemis I però, parti intere di queste piastrelle sono saltate, una cosa che non doveva succedere. La motivazione, per la NASA, è che queste piastrelle non riuscivano “a respirare”, erano cioè impermeabili, e questo provocava la formazione di depositi di gas sotto le piastrelle, che ne provocavano la rottura. Fra le soluzioni proposte c’era anche quella di sostituire questo scudo termico con una nuova versione, permeabile, che sarà presente sulla Orion di Artemis III. La soluzione è stata scartata perchè la capsula era già pronta e assemblata, e sostituirne lo scudo termico avrebbe comportato anni di ritardi.
La soluzione invece, è stata quella di modificare il profilo di volo, diminuendo il tempo che la capsula passerà in atmosfera. Dopo questa modifica, la Orion dovrebbe trascorrere circa 8 minuti in condizioni critiche, invece dei 14 trascorsi durante Artemis I. Per i primi due minuti e mezzo della discesa il profilo sarà uguale, ma poi per i successivi due minuti ci sarà una modifica che porterà la Orion a ricevere un carico maggiore. Questo, secondo i modelli della NASA, porterà all’origine di meno gas sotto lo scudo termico e quindi a meno crepe.

E se si sbagliassero?
“E se ci sbagliassimo” è uno dei termini più citati dal giornalista Eric Berger. Secondo lui infatti, durante la riunione di giovedì uno degli obbiettivi era discutere nel dettaglio come i tema della NASA erano arrivati a trovare questa soluzione, ma anche a discutere dei piani B. Secondo la NASA lo strato inferiore allo scudo termico è progettato per resistere fino a 260 C°, mentre durante Artemis I la temperatura massima ricevuta da questo strato è stata di 71 C°. Anche se lo scudo termico dovesse danneggiarsi come avvenuto durante Artemis I quindi, gli astronauti non saranno in pericolo.
Con queste considerazioni, e garantendo la visualizzazione di tutti i dati anche ai critici e osservatori esterni, la NASA è riuscita a convincere grand parte delle persone dubbiose. Danny Olivas aveva detto al giornalista Eric Berger che non si sarebbe fidato a volare a bordo della capsula Orion.
Dopo la riunione ha detto, sempre a Berger, di aver cambiato idea. L’astronauta Charles Camarda, che era ancora più critico, si è detto invece non completamente soddisfatto, anche se la sua opinone era migliorata. Ha affermato che è per questo motivo che la NASA dovrebbe riprendere a fare ricerca di base, per aiutare le aziende a risolvere questi problemi, e avere le competenze per valutarli meglio, e più in fretta.
Aggiornamento!
L’astronauta Charles Camarda ha pubblicato sul suo account LinkedIn un aggiornamento su quanto rimane scettico dell’analisi fatta sullo scudo termico della capsula Orion, criticando in parte anche l’articolo giornalistico di Eric Berger su Arstechnica. Di seguito riportiamo il post in questione:











