Uno studio pubblicato il 4 settembre 2025 su Nature Astronomy ha individuato segnali di composti organici associati a solfati sulla superficie di Marte. La scoperta è stata ottenuta grazie allo spettrometro SHERLOC, uno degli strumenti scientifici a bordo del rover Perseverance della NASA. I dati mostrano la presenza di molecole organiche nelle rocce analizzate in due aree del cratere Jezero: Quartier, situata sul fondo, e Pilot Mountain, sulla sommità del ventaglio deltizio, ovvero il deposito a ventaglio di sedimenti trasportati dall’antico fiume che si immetteva nel lago del cratere.
La ricerca è stata coordinata da Teresa Fornaro dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF). Ha incluso l’analisi di 839 spettri raccolti da SHERLOC, rivelando la presenza di segni compatibili con la presenza di composti organici. L’associazione tra queste molecole e i solfati, in particolare quelli di magnesio e calcio, è rilevante perché, sulla Terra, questi minerali sono noti per la loro capacità di preservare la materia organica.
L’origine delle sostanze rilevate rimane incerta. La spiegazione più plausibile è di tipo abiotico: si ipotizza che gli idrocarburi policiclici aromatici individuati possano essersi formati in seguito a reazioni tra gas magmatici e ossidi di ferro nelle rocce vulcaniche, per poi essere stati mobilizzati dall’acqua e intrappolati nei solfati. Tuttavia, non è possibile escludere completamente che alcuni di questi composti possano derivare dall’alterazione di materiale biologico antico.
I solfati come archivio della materia organica su Marte
L’identificazione di composti organici in associazione con i solfati riveste particolare interesse nel contesto della ricerca di biofirme su Marte. Su scala geologica, i solfati hanno dimostrato un’elevata capacità di preservare materiali organici, anche in ambienti estremi. La loro presenza nelle rocce analizzate suggerisce che possano aver svolto un ruolo chiave nella conservazione di molecole organiche per miliardi di anni.
I segnali rilevati da SHERLOC indicano la possibile presenza di idrocarburi policiclici aromatici (PAH), una classe di molecole organiche stabili e diffuse nel Sistema Solare. Questi composti potrebbero essersi formati durante l’attività vulcanica marziana e successivamente essere stati trasportati da fluidi acquosi, comprese acque idrotermali, fino a essere depositati nei sedimenti del cratere Jezero.
La localizzazione di queste tracce organiche in due diverse zone del cratere rafforza l’ipotesi che l’acqua abbia avuto un ruolo attivo nel trasporto e nella concentrazione di queste molecole. Anche se non si tratta di prove di vita, la loro scoperta contribuisce a delineare un ambiente marziano primitivo più dinamico e chimicamente ricco di quanto ipotizzato in passato.

La conferma degli esperimenti
Per verificare l’interpretazione dei segnali rilevati da SHERLOC, il team guidato da INAF ha condotto una serie di esperimenti presso il Laboratorio di Astrobiologia di Arcetri. Sono stati creati campioni artificiali mescolando minerali solfatici con molecole organiche aromatiche, riproducendo condizioni compatibili con l’ambiente acquoso che un tempo caratterizzava il cratere Jezero. I campioni sono stati poi analizzati con strumentazione analoga a quella del rover.
Il confronto tra i dati di laboratorio e quelli raccolti in situ ha permesso di rafforzare l’ipotesi della natura organica per i segnali osservati. In particolare, i PAH risultano compatibili con le firme spettroscopiche individuate su Marte.
Questo risultato rappresenta un ulteriore passo in avanti nella comprensione della composizione chimica di Marte e del suo potenziale passato abitabile, integrandosi con precedenti rilevazioni di molecole organiche già effettuate dalle missioni Curiosity nel cratere Gale e Perseverance in altre zone del cratere Jezero.
Lo studio è reperibile qui.











