Il 16 dicembre si celebra la giornata nazionale dello spazio. È una ricorrenza istituita nel 2021 per ricordare il lancio del primo satellite italiano e, allo stesso tempo, per parlare di quanto lo spazio sia oggi parte della vita quotidiana di tutti.
Questa data è stata scelta per un motivo preciso: il lancio del satellite San Marco 1, avvenuto il 15 dicembre 1964 alle 21:24 italiane. Con quella missione, l’Italia entrò ufficialmente nell’era spaziale.
Da allora sono passati 61 anni, ma quel traguardo resta fondamentale. Grazie al San Marco 1, l’Italia divenne il terzo Paese al mondo a portare in orbita un proprio satellite, dopo Stati Uniti e Unione Sovietica. Un risultato che ha segnato l’inizio di una lunga storia fatta di ricerca, tecnologia e presenza italiana nello spazio.
Oggi la giornata nazionale dello spazio è anche un’occasione per ricordare che lo spazio non riguarda solo missioni lontane, ma ha ricadute concrete nella vita di tutti i giorni, dalle comunicazioni all’osservazione della Terra, fino allo sviluppo di nuove tecnologie in cui gran parte dell’industria italiana è coinvolta.
La nascita del Progetto San Marco
Il San Marco 1 faceva parte di un programma molto più ambizioso, programma che diede poi il nome al satellite che doveva rappresentare l’inizio dell’avventura italiana nello spazio.
Il Progetto San Marco nacque formalmente nel 1961, quando il Governo Italiano approvava il primo piano triennale spaziale italiano. Al suo interno erano presenti diverse attività, ma da subito ci si concentrò sul San Marco. Questo progetto fu ideato dal Professor Luigi Broglio e fu da lui proposto ad Amintore Fanfani, Capo del Governo italiano in quegli anni. Il Piano prevedeva fin da subito l’immissione in orbita di un satellite completamente costruito in Italia e lanciato da uno spazioporto italiano.
Il primo grande passo in avanti del Progetto fu durante un congresso del COSPAR (Committee on Space Research) del 1961, tenuto ad aprile a Firenze. In quell’occasione Broglio presentò l’iniziativa alla NASA, in particolare ad Arnold W. Frutkin, a capo dell’Ufficio per la Cooperazione Internazionale. In un’intervista, Broglio raccontò:
La sera invitai gli americani a cena. Li portai a mangiare in un ristorante di Pontassieve famoso per le pappardelle alla lepre. A tavola, fra un boccone e un sorso di Chianti raccontai loro ciò che volevo fare. Rimasero un istante in silenzio e poi risposero: ‘Lei è coraggioso, se andrà avanti con questa idea noi l’appoggeremo’. [1]
Fu così che il progetto San Marco ottenne già nel 1961 l’appoggio della NASA. Anche in questo l’Italia fu all’avanguardia. Ancora oggi le collaborazioni e i rapporti fra l’Agenzia Spaziale Americana e il nostro Paese sono fra i più forti sulla scena europea e internazionale.
Il nome del programma nacque in modo piuttosto spontaneo. Luigi Broglio raccontò che, quando la NASA gli chiese come si sarebbe chiamato, non aveva ancora preso una decisione. Colto un po’ alla sprovvista, scelse San Marco: un riferimento alle sue origini venete, essendo nato a Mestre, ma anche al santo tradizionalmente legato ai naviganti, un simbolo che ben si adattava a una nuova avventura verso lo spazio.

La piattaforma San Marco
Nel 1961, dopo aver ottenuto i primi appoggi informali sia dal Governo italiano sia dalla NASA, Luigi Broglio e il suo gruppo iniziarono a lavorare concretamente al programma. Già durante l’estate emerse quella che sembrava la soluzione migliore per la base di lancio: riutilizzare una vecchia piattaforma petrolifera messa a disposizione dall’ENI, da collocare al largo di Malindi, sulla costa del Kenya.
Si trattava di una scelta decisamente coraggiosa per l’epoca. Nessuno, fino ad allora, aveva mai tentato un lancio orbitale da una piattaforma in mare aperto. Prima di arrivare a questa decisione erano state valutate anche altre possibilità, come la Sardegna o il Brasile. Si pensò persino alla Somalia, ma nel pieno della Guerra Fredda alcune opzioni risultavano impraticabili, soprattutto per motivi geopolitici.
La piattaforma San Marco, però, non sarebbe entrata in funzione prima del 1967. A rallentare il progetto contribuirono anche le difficoltà legate alla situazione politica del Kenya, che aveva da poco ottenuto l’indipendenza. Di conseguenza, il piano iniziale dovette essere rivisto.
Nel 1963 fu quindi firmato un nuovo accordo con gli Stati Uniti, che suddivideva l’avvio del Progetto San Marco in tre fasi. La prima prevedeva il collaudo del satellite con un volo suborbitale. Nella seconda fase, il San Marco 1 sarebbe stato lanciato da Wallops Island, negli Stati Uniti, a bordo di un razzo Scout. Solo nella terza fase era previsto il lancio dalla piattaforma oceanica in Kenya, sempre utilizzando un vettore Scout.
In cambio dei dati scientifici raccolti dal satellite italiano, la NASA si impegnò a fornire la formazione necessaria ai tecnici italiani, che avrebbero imparato a gestire le operazioni di lancio dei vettori di origine statunitense.
Il satellite San Marco
Sempre nel 1961, il gruppo guidato da Luigi Broglio non stava cercando solo una base di lancio, ma anche un’idea concreta per il primo satellite italiano. Attraverso la Commissione Ricerche Spaziali, presieduta dallo stesso Broglio, venne lanciata una richiesta a livello nazionale per proporre esperimenti scientifici da portare in orbita.
Le proposte arrivate furono numerose. Tra queste ce n’era anche una presentata dallo stesso Broglio, che in qualità di scienziato era interessato allo studio dell’alta atmosfera. Tutti i progetti vennero inviati alla NASA, che li sottopose all’esame di diverse commissioni. Alla fine, la scelta ricadde proprio sull’esperimento ideato da Broglio.

L’obiettivo dell’esperimento era misurare le forze aerodinamiche e strutturali che agiscono su un satellite quando attraversa gli strati più alti dell’atmosfera. Per questo motivo, il San Marco 1 fu inserito in un’orbita ellittica, con una quota media di circa 550 km, compresa tra i 198 e gli 846 km. Dati di questo tipo erano molto preziosi sia per la NASA sia per l’Unione Sovietica: all’inizio degli anni Sessanta lo spazio era ancora poco conosciuto e il primo Sputnik era stato lanciato appena quattro anni prima.
L’esperimento a bordo del satellite italiano venne chiamato Bilanci Broglio, in omaggio al suo ideatore.
Nel settembre del 1962 arrivò infine un passaggio decisivo: la firma dell’accordo definitivo tra Stati Uniti e Italia per la realizzazione del San Marco 1. A quel punto, l’Italia disponeva sia del satellite sia di un’intesa formale per il suo lancio nello spazio. L’accordo recitava:
…Lancio di un satellite scientifico entro un’orbita equatoriale, con lo scopo di misurare le caratteristiche atmosferiche e ionosferiche in una regione dell’atmosfera terrestre fino ad oggi inesplorata. [1]
Il lancio del primo satellite italiano
Il primo prototipo del satellite italiano venne lanciato il 21 aprile 1963 da Wallops Island, negli Stati Uniti, con un volo suborbitale a bordo di un razzo Scout. Il primo tentativo non andò a buon fine, ma il secondo ebbe successo e permise di testare correttamente la strumentazione scientifica prevista per il satellite.
Nei mesi successivi seguirono altri voli suborbitali, alcuni dei quali effettuati anche dalla piattaforma Santa Rita, più piccola rispetto alla futura San Marco e già posizionata al largo delle coste del Kenya. Con questi test si concluse la prima fase del Progetto San Marco, aprendo la strada alla fase successiva.
Il momento decisivo arrivò il 15 dicembre 1964. Da Wallops Island, il lancio del San Marco 1 venne gestito direttamente da tecnici italiani, formati dalla NASA, che rimase presente in qualità di supervisore. Il satellite partì regolarmente alle 20:24 UTC (le 21:24 italiane) a bordo di un vettore Scout.

San Marco 1 era un satellite sferico di 115 kg di massa e 66 cm di diametro. Con quel lancio, l’Italia entrò ufficialmente nell’era spaziale. Il satellite operò come previsto, fornendo dati scientifici importanti e dando nuovo slancio allo sviluppo dell’intero programma.
Nel 1967 arrivò infine un altro traguardo storico: il primo lancio dalla piattaforma San Marco in Kenya. Il Programma San Marco proseguì per oltre vent’anni, con un totale di 27 lanci, fino all’ultima missione effettuata nel 1988.
Dal lancio del San Marco 1, a oggi
Dal lancio del San Marco 1 sono passati più di sessant’anni, ma lo spazio è rimasto una presenza costante nella storia tecnologica e scientifica italiana. Dopo il Programma San Marco, l’Italia ha continuato a investire nel settore, diventando uno dei Paesi europei più attivi nella progettazione di satelliti, strumenti scientifici e infrastrutture spaziali.
Dalla partecipazione alla nascita dell’Agenzia Spaziale Europea nel 1975, fino alla creazione dell’Agenzia Spaziale Italiana nel 1988, il ruolo del Paese è cresciuto in modo continuo.
Negli anni, l’Italia ha contribuito a missioni fondamentali per l’osservazione della Terra, l’esplorazione del Sistema Solare e lo studio dell’Universo, oltre a essere protagonista nello sviluppo di moduli abitativi per la Stazione Spaziale Internazionale, e ora anche per la futura stazione spaziale in orbita lunare, il Lunar Gateway.
Oggi è anche uno dei principali Paesi europei nel settore dei lanciatori, grazie al programma Vega, e nelle applicazioni spaziali che hanno ricadute dirette sulla vita quotidiana, come navigazione satellitare, telecomunicazioni e monitoraggio ambientale.
Al 16 dicembre 2025, lo spazio italiano è una realtà matura, fatta di ricerca, industria e collaborazione internazionale. La giornata nazionale dello spazio serve quindi non solo a ricordare il San Marco 1, ma anche a guardare a un percorso che continua, iniziato con una piccola sfera lanciata nel 1964 e arrivato oggi a un settore strategico per il futuro del Paese (e dell’Europa).
[1] Storia italiana dello spazio, Giovanni Caprara.











