Il settore spaziale sta attraversando una fase di profonda trasformazione. Stanno cambiando le tecnologie, gli attori coinvolti e gli obiettivi delle missioni, ma anche le competenze necessarie per lavorare nello spazio e, più vicino a noi, il ruolo che l’Europa vuole costruirsi nei prossimi anni.
Alcuni di questi cambiamenti rappresentano dei veri e propri “inizi”: nuovi modi di esplorare la Luna, strumenti che permettono di osservare l’Universo come non era mai stato possibile prima, ma anche tecnologie come l’intelligenza artificiale, che stanno modificando il modo in cui raccogliamo e interpretiamo le informazioni.
Proprio agli inizi è dedicata l’edizione 2026 del Festival del Presente organizzato da Pandora Rivista, in programma dall’1 al 18 ottobre a Bologna e Castelfranco Emilia, con il titolo Inizi. Origini, generazioni, metamorfosi. Ad aprire il Festival, l’1 ottobre al Cinema Modernissimo di Bologna, sarà una lectio di Ersilia Vaudo intitolata Spazio: l’emozione degli inizi.
Astrofisica e cosmologa di formazione, la Dott.ssa Vaudo lavora all’Agenzia Spaziale Europea dal 1991, dove nel corso degli anni si è occupata, tra le altre cose, di strategia e relazioni internazionali ed è stata Deputy Head dell’ufficio ESA di Washington, seguendo in particolare i rapporti con la NASA. Oggi è Special Advisor on Future Talents dell’ESA e vicedirettrice del Master in Space Law and Geopolitics della Luiss.
Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con la Dott.ssa Vaudo di alcuni dei cambiamenti che stanno attraversando oggi lo spazio: dalla ricerca scientifica al rapporto della società con la conoscenza, dalle nuove competenze richieste dal settore fino al ruolo che l’Europa potrebbe assumere nei prossimi anni.
Lo spazio e l’emozione di cominciare qualcosa di nuovo
La Dott.ssa Vaudo ha iniziato la propria carriera occupandosi di cosmologia e, in particolare, di esperimenti per lo studio delle anisotropie del fondo cosmico a microonde. Il tema degli “inizi”, quindi, attraversa in qualche modo anche il suo percorso scientifico.
Ma se spostiamo lo sguardo dall’origine dell’Universo allo spazio di oggi, esistono ancora dei veri “inizi”? O stiamo soprattutto proseguendo strade aperte molti anni fa?
Guardando allo spazio di oggi, dalla ricerca scientifica al settore spaziale nel suo complesso, c’è qualcosa che secondo lei stiamo vivendo come un nuovo “inizio”, ma di cui forse non abbiamo ancora compreso pienamente la portata?
«Ogni “prima volta” è sempre un inizio. Andare dove non si è ancora stati, fare qualcosa in modo nuovo, non scoraggiarsi davanti ai limiti, ma oltrepassarli: tutto questo, e molto di più è il cuore dell’avventura spaziale.
Un nuovo sviluppo è anche l’arrivo dell’intelligenza artificiale che apre a una molteplicità di applicazioni tra cui il poter leggere, mettere insieme e interpretare dati in orbita, stabilire correlazioni, mitigare anomalie, e offrire possibilità ancora da scoprire. Rispetto all’esplorazione, non è nuovo andare sulla Luna, sicuramente, ma sono certamente nuovi l’obiettivo, la modalità, la visione per una esplorazione umana di lungo periodo che non si limita a lasciare impronte nella polvere grigia, ma a creare le condizioni per installazioni permanenti, imparando a vivere in luoghi alieni e, un giorno, pensare anche a Marte.
Le missioni scientifiche sono poi inerentemente dedicate al “nuovo”, a indagare grandi misteri e allargare i confini della conoscenza. Solo per citarne alcune in corso, le mie preferite, con la missione JUICE andiamo a vedere se negli abissi delle lune d’acqua non si nasconda un principio di vita, o con lo straordinaria missione Euclid, con cui cerchiamo di capire , attraverso una mappatura cosmica estremamente estesa, la natura di questo buio inafferrabile, che si manifesta gravitazionalmente ma ancora si cela. Se guardiamo all’aspetto della tecnologia, anche lì abbiamo visto negli ultimi anni tante rivoluzioni: l’entrata in scena dei lanciatori riutilizzabili, la possibilità di poter usare le stampanti 3D per generare tessuti umani in vista di lunghi periodi di permanenza nello spazio, e molto altro.
È tutto un mondo inerentemente orientato alle “prime volte”, a spingere più in là prospettive che non smettono di allargarsi per far posto al nuovo».

Quando la conoscenza non basta
La quantità di informazioni scientifiche a nostra disposizione continua ad aumentare. Missioni spaziali, grandi osservatori e nuovi strumenti producono una mole di dati che sarebbe stata impensabile soltanto pochi decenni fa. A questa crescita, però, non corrisponde necessariamente una maggiore fiducia nella scienza.
È un tema sul quale la Dott.ssa Vaudo si era soffermata anche durante la Venice Climate Week, parlando in particolare della difficoltà dei dati scientifici sul cambiamento climatico ad avere presa sull’opinione pubblica.
In un momento in cui la ricerca ci mette a disposizione una quantità di informazioni sempre maggiore, abbiamo un problema nel modo in cui raccontiamo la scienza oppure è cambiato soprattutto il modo in cui siamo disposti ad ascoltarla?
«Rispetto al modo in cui in Italia si parla di scienza, penso che abbiamo perso una grossa occasione a non capitalizzare sull’esperienza durante il periodo del Covid, perché quello è stato un momento in cui la scienza è tornata al centro. Una scienza stratificata: la scienza utile, la mascherina; la scienza che porta soluzioni, si doveva trovare il vaccino; e una scienza che ha il suo metodo, i suoi dubbi, i suoi dibattiti.
L’opinione pubblica è stata a lungo esposta anche a concetti quantitativi complessi, a cifre e crescite esponenziali. Un’occasione che avrebbe potuto cambiare il modo in cui la scienza entra nel dibattito pubblico. Anche perché c’è una crescente richiesta, soprattutto da parte dei giovani, di avere gli strumenti per poter navigare e orientarsi nel mare di informazioni a cui sono esposti.»
Secondo la Dott.ssa Vaudo il rapporto con la scienza, e con la matematica, la diffidenza o l’interesse per queste materie, si costruiscono già nei primi anni di scuola.
«Il recente rapporto dell’OCSE dimostra che negli ultimi dieci anni c’è stato un crollo nelle competenze matematiche degli adolescenti. E chi oggi si sente lasciato indietro sarà più incline da adulto a delegare ragionamenti complessi, a non fidarsi della scienza, a irridere gli esperti. Gli adolescenti di oggi sono quelli che prenderanno delle decisioni domani ed è importante, in questo mondo che accelera e si trasforma a velocità nuova, avere gli strumenti di conoscenza per abitare il domani ed esercitare una cittadinanza consapevole.»
Le nuove competenze necessarie per lavorare nello spazio
La trasformazione del settore spaziale non riguarda soltanto ciò che avviene in orbita. La crescita delle attività commerciali, le nuove sfide dell’esplorazione e il peso sempre maggiore dello spazio nelle relazioni internazionali stanno ampliando anche il tipo di professionalità necessarie.
Accanto a ingegneri, fisici e ricercatori entrano così sempre di più competenze legate al diritto, alla diplomazia, al business o alla cybersecurity. È un tema sul quale la Dott.ssa Vaudo lavora oggi anche come Special Advisor on Future Talents dell’ESA.
Quali sono oggi le competenze che ancora mancano al settore spaziale per affrontare questa trasformazione?
«Ormai lo spazio non ha più solo una valenza strategica o scientifica. È diventato una infrastruttura imprescindibile, per il funzionamento della società così come per comprendere e contenere il cambiamento climatico. Uno strumento di politica estera e soft diplomacy. Un motore di crescita economica: l’economia dello spazio è uno dei settori più promettenti di sviluppo mondiale dei prossimi decenni. Sono quindi tante le competenze che si affiancano a quelle più tradizionali.
Non c’è solo un problema di diversificazione delle competenze, ma c’è anche un problema di competenze più hard, legate all’ingegneria e alla fisica.
E alzando gli occhi, c’è tanto ancora da fare. Dobbiamo prepararci a rendez-vous con gli asteroidi, a costruire un villaggio sulla Luna con regolite lunare e stampanti 3D, a sviluppare la tecnologia per riportare a casa pezzettini di Marte, o combattere il cambiamento climatico anche grazie all’intelligenza artificiale e al programma europeo Copernicus, il più grande fornitore di dati sulla Terra e riscaldamento globale.
Lo spazio è una storia di cooperazione che racconta il coraggio di provare a fare insieme cose mai fatte prima, paradigma assoluto di futuro e motore di innovazione. E quando si parla di spazio, si è già nel futuro.»

Quale autonomia per l’Europa dello spazio?
Il tema delle competenze si inserisce in una trasformazione più ampia che riguarda direttamente l’Europa. Negli ultimi anni sono cresciuti gli investimenti nel settore e il concetto di autonomia strategica ha assunto un peso sempre maggiore, dall’accesso indipendente allo spazio alle infrastrutture satellitari.
Autonomia, però, non significa necessariamente rinunciare alla cooperazione. La storia spaziale europea è costruita anche su grandi programmi internazionali e gli Stati Uniti rimangono uno dei principali partner dell’ESA.
La Dott.ssa Vaudo conosce bene questo rapporto: tra il 2002 e il 2006 è stata Deputy Head dell’ufficio dell’ESA a Washington, occupandosi in particolare delle relazioni con la NASA.
Quale equilibrio deve trovare oggi l’Europa tra la ricerca di una maggiore autonomia nel settore spaziale e il mantenimento di grandi collaborazioni internazionali, come quella con gli Stati Uniti?
«Una delle lezioni dello spazio, delle lezioni di vita dello spazio, è che per riuscire a fare cose straordinarie – e tutto ciò che riguarda lo spazio richiede uno sforzo straordinario – non si può fare da soli. Il valore della cooperazione è nel DNA.
L’Europa punta ad avere una sua autonomia, a essere seduta a un tavolo dove le decisioni si prendono, ad avere l’autorevolezza, quindi anche rispetto alla possibilità di avere una propria capacità di volo umano, a essere un partner assolutamente fondamentale sul piano geopolitico.
Quello che sta avvenendo è anche un rafforzamento dei legami con altri partner, per esempio con il Giappone, con l’India. Mentre gli Stati Uniti rimangono un partner principale, questo non significa ridurne il peso di per sé, ma in qualche modo allargare le possibilità, soprattutto con Paesi che hanno acquisito nel tempo la possibilità di essere partner fondamentali».

Per la Dott.ssa Vaudo, cooperazione e autonomia non sono necessariamente due direzioni opposte. Una maggiore capacità europea può diventare anche lo strumento attraverso cui partecipare alle collaborazioni internazionali con un peso diverso.
«Cooperazione e competizione sono le due anime che alimentano l’impresa spaziale. L’autorevolezza della nostra autonomia rafforza la visione strategica dell’Europa, e allo stesso tempo la nostra postura come partner internazionale».
Il settore spaziale europeo tra dieci anni
La questione, a questo punto, non riguarda soltanto quali programmi realizzare, ma quale settore spaziale europeo costruire. Le competenze, gli investimenti e l’autonomia di cui si parla oggi dovranno tradursi in un ecosistema capace di collegare ricerca, industria e istituzioni.
Se dovesse immaginare il settore spaziale europeo tra dieci anni, qual è il cambiamento che vorrebbe vedere realizzato rispetto a oggi?
«Quello che vorrei vedere realizzato è innanzitutto un ecosistema che riesca davvero a preparare in anticipo per poi capitalizzare sulle competenze dei giovani, attraverso un dialogo continuo tra Accademia, Industria e Istituzioni.»
La trasformazione dello spazio europeo passa quindi da più livelli contemporaneamente. Servono nuove professionalità, capacità industriali e autonomia, ma anche una maggiore integrazione tra Paesi e tra mondi che ancora troppo spesso procedono separatamente.
E, nella visione raccontata dalla Dott.ssa Vaudo, la ricerca scientifica rimane parte di questa trasformazione, non soltanto quando produce un ritorno immediatamente misurabile.
«Abbiamo dato molta enfasi negli ultimi anni all’importanza della Space Economy ed è importante che cresca la consapevolezza dell’impatto e delle ricadute economiche e sociali degli investimenti dello spazio. Allo stesso tempo, l’ESA, quale agenzia di ricerca e sviluppo, ha saputo preservare l’eccellenza delle sue missioni scientifiche, la potenza di ispirazione dei suoi programmi ed è in questo equilibrio di frontiere e ambizioni che l’Europa conferma i suoi valori.
Lo spazio è una storia di cooperazione che racconta il coraggio di provare a fare insieme cose mai fatte prima, paradigma assoluto di inclusione, creatività e innovazione. I nostri ragazzi sono esploratori per vocazione, e lo spazio è proprio questo, la possibilità di poter immaginare e far parte del mondo che ancora non c’è.»
Ringraziamo la Dott.ssa Vaudo per la sua disponibilità a questa intervista.










