Era il 20 luglio 1976, e a sette anni esatti dall’allunaggio dell’Apollo 11, un’altra impresa cambiava la storia dell’esplorazione spaziale. Quel giorno il lander della missione Viking 1 toccò dolcemente la superficie di Marte, diventando il primo veicolo a realizzare con successo un atterraggio operativo sul Pianeta Rosso.
La prima sonda a raggiungere la superficie in assoluto era stata in realtà la sovietica Mars 3, nel dicembre del 1971, ma il suo lander era riuscito a trasmettere dati per soli 20 secondi prima di guastarsi.
Poco dopo l’atterraggio, quel 20 luglio, Viking 1 iniziò a trasmettere la prima fotografia della superficie marziana. Per la prima volta l’Umanità osservava Marte non più dall’orbita, ma direttamente dalla superficie. Poche settimane dopo anche il lander di Viking 2 avrebbe raggiunto il pianeta, dando inizio a una delle missioni scientifiche più importanti mai realizzate fino a quel momento.
L’obiettivo non era soltanto fotografare Marte. Le due sonde erano state progettate per rispondere a domande molto più ambiziose: com’è davvero il pianeta? Qual è la composizione della sua atmosfera e del suo suolo? E soprattutto, esiste o è mai esistita una forma di vita marziana?
A cinquant’anni di distanza, molte delle tecniche utilizzate ancora oggi per esplorare Marte derivano direttamente dall’eredità delle Viking. Dalla scelta dei siti di atterraggio ai sistemi di discesa nell’atmosfera, fino all’organizzazione quotidiana delle operazioni seguendo il ritmo del giorno marziano, queste missioni hanno definito un modello destinato a essere seguito da quasi tutti i lander e rover arrivati successivamente sul Pianeta Rosso.

Un progetto senza precedenti
Le missioni Viking nacquero in un periodo in cui Marte era ancora un mondo quasi sconosciuto. Negli anni Sessanta alcune sonde erano riuscite a sorvolare il pianeta o a entrare in orbita, ma nessuno aveva mai portato a termine una missione scientifica dalla sua superficie. La NASA decise quindi di progettare un’impresa molto più ambiziosa: inviare non una, ma due sonde identiche, ciascuna composta da un orbiter e da un modulo di atterraggio.
Gli orbiter avrebbero fotografato Marte dall’alto, studiandone la superficie e individuando le aree più sicure per la discesa dei lander. Una volta completata questa fase, i moduli si sarebbero separati per affrontare in autonomia l’ingresso nell’atmosfera e l’atterraggio.
Per l’epoca si trattava della missione interplanetaria più complessa mai costruita dagli Stati Uniti. Ogni sonda pesava oltre 3500 kg al lancio e trasportava una ricca dotazione di strumenti scientifici destinati a studiare l’atmosfera, il suolo e la geologia di Marte. A bordo dei lander trovò spazio anche un vero laboratorio biologico, progettato per cercare eventuali tracce di vita.
Le due missioni partirono da Cape Canaveral nell’estate del 1975, a poche settimane di distanza l’una dall’altra, a bordo di razzi Titan IIIE-Centaur. Dopo un viaggio di circa dieci mesi nello spazio, Viking 1 entrò in orbita attorno a Marte il 19 giugno 1976. Prima di autorizzare l’atterraggio, gli scienziati dedicarono diverse settimane a studiare attentamente il sito prescelto, una procedura che sarebbe poi diventata uno standard per tutte le future missioni dirette sul Pianeta Rosso.

Sette minuti per arrivare su Marte
Il 20 luglio 1976 il lander di Viking 1 si separò dal proprio orbiter e iniziò una delle fasi più delicate dell’intera missione. Raggiungere Marte, infatti, rappresentava soltanto metà dell’impresa: la vera sfida consisteva nel rallentare un veicolo che stava entrando nell’atmosfera marziana a oltre 17 mila km/h e farlo atterrare senza danni.
Per riuscirci, gli ingegneri svilupparono una sequenza completamente automatica. Lo scudo termico protesse il veicolo durante l’ingresso nell’atmosfera, dove l’attrito generò temperature elevatissime. Successivamente si aprì un grande paracadute supersonico, che ridusse ancora la velocità. Negli ultimi istanti di discesa entrarono infine in funzione tre retrorazzi, permettendo un atterraggio morbido nella regione di Chryse Planitia a circa 8 km/h.
Appena cinque minuti dopo il contatto con il suolo, arrivò sulla Terra la prima immagine della superficie marziana. Era la prima volta che una missione riusciva a operare con successo su Marte dopo un atterraggio, inaugurando una nuova fase dell’esplorazione del pianeta.

Anche Viking 2 seguì un percorso simile. Dopo essere entrata in orbita il 7 agosto 1976, il suo lander raggiunse la superficie il 3 settembre nella regione di Utopia Planitia, ampliando le osservazioni grazie a un secondo sito di esplorazione distante migliaia di km dal primo.
La ricerca della vita
L’obiettivo che rese davvero uniche le missioni Viking era però un altro. Per la prima volta una sonda spaziale era stata progettata anche per cercare possibili tracce di vita su un altro pianeta.
I due lander erano equipaggiati con un braccio robotico in grado di raccogliere campioni di terreno e trasferirli all’interno di un piccolo laboratorio biologico. Qui venivano eseguiti quattro diversi esperimenti pensati per individuare eventuali processi tipici degli organismi viventi, come il metabolismo o la presenza di molecole organiche nel suolo.
I risultati sorpresero gli stessi ricercatori. Uno degli esperimenti sembrò mostrare una reazione compatibile con un’attività biologica, mentre un altro non rilevò alcuna molecola organica nei campioni analizzati. Questa apparente contraddizione diede origine a un dibattito scientifico che prosegue ancora oggi.
Le interpretazioni più accreditate suggeriscono che i risultati osservati fossero dovuti a particolari reazioni chimiche del suolo marziano, probabilmente ricco di sostanze fortemente ossidanti, e non alla presenza di organismi viventi. Tuttavia, gli esperimenti delle Viking hanno rappresentato il punto di partenza di tutte le successive ricerche sulla possibile abitabilità di Marte. Ancora oggi rover come Curiosity e Perseverance cercano di capire se Marte abbia mai ospitato ambienti favorevoli alla vita, utilizzando strumenti molto più sofisticati e basandosi su una conoscenza del pianeta decisamente superiore rispetto a quella disponibile negli anni Settanta.

Un’eredità che continua ancora oggi
Le missioni Viking erano state progettate per funzionare circa novanta giorni, ma superarono di gran lunga ogni aspettativa. Gli orbiter continuarono a osservare Marte per anni, restituendo oltre 52 mila immagini e realizzando la prima mappa quasi completa del pianeta, coprendo circa il 97% della sua superficie con un livello di dettaglio mai raggiunto prima.
Anche i due lander continuarono a operare molto più a lungo del previsto. Viking 2 concluse la propria attività nell’aprile del 1980, mentre Viking 1 rimase attivo fino al novembre 1982, stabilendo un record di oltre sei anni di operazioni sulla superficie marziana che sarebbe stato superato soltanto nel 2010 dal rover Opportunity.
Ma l’eredità delle Viking va ben oltre i numeri. Queste missioni dimostrarono che era possibile studiare Marte in modo sistematico, combinando osservazioni dall’orbita ed esplorazione diretta della superficie. E molte delle procedure sviluppate allora sono ancora oggi alla base delle missioni sul Pianeta Rosso.
Cinquant’anni dopo l’atterraggio di Viking 1, l’esplorazione di Marte è entrata in una nuova fase. Rover sempre più avanzati percorrono il pianeta alla ricerca delle tracce di un antico ambiente abitabile, mentre diverse agenzie organizzano missioni per portare sulla Terra campioni di suolo marziano. Tutto questo, però, ha avuto inizio nell’estate del 1976, quando due sonde dimostrarono per la prima volta che lavorare con successo sulla superficie di un altro pianeta era davvero possibile.










