Una collaborazione internazionale di astronomi ha ottenuto una delle misure più precise mai realizzate del tasso di espansione dell’Universo… ma ancora non è abbastanza. Il risultato infatti, pubblicato il 10 aprile 2026 su Astronomy & Astrophysics, conferma un persistente disaccordo tra due metodi indipendenti utilizzati per stimare la costante di Hubble, il parametro che descrive quanto velocemente lo spazio si sta espandendo.
Da un lato, le osservazioni dell’Universo locale, basate su misure dirette delle distanze di stelle e galassie, indicano un valore di circa 73 chilometri al secondo per megaparsec. Dall’altro, le stime derivate dall’Universo primordiale, attraverso l’analisi della radiazione cosmica di fondo e il modello cosmologico standard, suggeriscono un valore più basso, attorno a 67–68. Questa differenza, anche se numericamente piccola, è troppo grande per essere spiegata con semplici incertezze statistiche.
Il nuovo studio, condotto dalla collaborazione H0 Distance Network (H0DN), ha collegato tra loro diversi metodi indipendenti di misura delle distanze cosmiche nell’Universo locale e ha ottenuto una misura della costante di Hubble pari a 73.50 ± 0.81 km/s/Mpc, con una precisione di poco superiore all’1%. E il valore trovato è lo stesso anche quando si usano meno dati o metodi diversi. In altre parole, non dipende da una singola misura.
Una rete di distanze per testare le misure
Per ottenere questo risultato, i ricercatori non si sono affidati a una singola tecnica, ma hanno costruito una vera e propria “rete di distanze”, detta local distance network. Questo approccio combina diversi metodi osservativi che permettono di misurare distanze cosmiche nell’Universo locale in modo indipendente, tra cui le stelle variabili Cefeidi, le giganti rosse, le supernovae di tipo Ia e alcune classi di galassie. Al lavoro hanno contribuito anche dati raccolti da osservatori terrestri, tra cui quelli in Cile e in Arizona, integrati in un quadro più ampio che include osservazioni sia da terra sia dallo spazio.
L’obiettivo è collegare queste tecniche tra loro, creando percorsi multipli che portano alla stessa misura finale. In questo modo si può, in linea di principio, verificare se eventuali errori sistematici in uno dei metodi possano influenzare il risultato complessivo. Secondo quanto riportato nello studio, però, la rimozione di singole tecniche dall’analisi modifica in maniera solo marginale il valore finale della costante di Hubble.
Questo suggerisce che il disaccordo non è dovuto a un errore nascosto in uno specifico metodo osservativo. Al contrario, le diverse misure locali risultano coerenti tra loro, anzi, rafforzano l’affidabilità del valore ottenuto.

Un problema ancora aperto
La persistenza della tensione di Hubble ha implicazioni importanti per la nostra comprensione dell’Universo. Il valore più basso della costante di Hubble deriva infatti dal modello cosmologico standard, che descrive l’evoluzione dell’Universo a partire dal Big Bang. Se questo modello fosse incompleto, le sue previsioni sull’espansione attuale potrebbero risultare sbagliate.
Il nuovo studio rafforza l’ipotesi che il problema non sia legato a errori di misura, ma possa indicare la presenza di elementi ancora non compresi nella fisica cosmologica. Tra le possibili spiegazioni, citate in modo generale dagli autori, vi sono modifiche al comportamento dell’energia oscura, l’esistenza di nuove particelle o cambiamenti nella teoria della gravità su larga scala.
La collaborazione H0DN ha anche reso disponibili dati e metodi utilizzati, creando una base comune per studi futuri. Con l’arrivo di nuovi osservatori e strumenti più precisi, gli astronomi puntano a chiarire definitivamente l’origine di questa discrepanza. Resta da capire se la tensione di Hubble verrà risolta con misure sempre più accurate, o se continuerà a indicare la necessità di aggiornare il modello cosmologico attuale…











