Dopo più di un mese senza comunicazioni, il satellite Coronagraph della missione Proba-3 è tornato a trasmettere segnali verso Terra. L’annuncio è stato dato dal Direttore Generale Josef Aschbacher dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) il 19 marzo, che ha confermato la ripresa del contatto grazie alla stazione di terra di Villafranca, in Spagna. I collegamenti con il satellite si erano interrotti tra il 14 e il 15 febbraio.
Il segnale è stato ristabilito grazie a un orientamento favorevole del Coronagraph rispetto al Sole. Questo ha permesso al pannello solare di tornare a ricevere energia sufficiente per riattivare i sistemi di bordo e trasmettere telemetria. I primi dati indicano che il satellite si trova in modalità sicura (safe mode), una configurazione progettata per mantenere attivi solo i sistemi essenziali e preservare la stabilità del satellite.
Le informazioni ricevute riguardano parametri come la temperatura e lo stato generale dei sottosistemi. Al momento, il satellite è stabile, ma dopo settimane trascorse in condizioni termiche estreme sarà necessario tempo per riportare tutte le componenti a una condizione operativa normale. Il team di missione sta infatti eseguendo verifiche per valutare eventuali danni.
Proba-3 è una missione composta da due satelliti che volano in formazione per studiare la corona solare. Il Coronagraph è il satellite principale dedicato alle osservazioni, e il ripristino del contatto è un passaggio importante per tentare il recupero completo delle operazioni della missione.

Un’anomalia software all’origine del problema
Le analisi condotte dal team indicano che la perdita di contatto è stata causata da una combinazione estremamente rara di eventi a bordo. Al centro dell’anomalia c’è un “semaforo” software, un meccanismo utilizzato per gestire l’accesso a risorse condivise nei sistemi informatici.
In condizioni normali, questo sistema funziona come un semaforo stradale: permette a un processo di accedere a una risorsa solo quando è disponibile, evitando conflitti tra diverse operazioni. Nel caso del coronografo, due eventi quasi simultanei hanno portato il semaforo a bloccarsi in uno stato imprevisto.
L’anomalia si è verificata durante una procedura di routine, la desaturazione delle ruote di reazione, necessaria per controllare l’orientamento del satellite. Durante il riscaldamento dei propulsori, una temperatura ha superato una soglia prevista, interrompendo una funzione software proprio mentre stava gestendo alcuni “semafori”.
Questo ha lasciato il sistema in una configurazione bloccata, impedendo il completamento della manovra. Di conseguenza, il satellite ha iniziato a perdere gradualmente il corretto orientamento. Nel giro di poche ore, il pannello solare non era più rivolto verso il Sole, riducendo drasticamente la produzione di energia.

Un problema difficile da prevedere e analizzare
La sequenza di eventi che ha portato all’anomalia è considerata estremamente improbabile. Secondo le analisi, si tratta di una combinazione di condizioni che non era mai emersa né durante i test a terra né nelle simulazioni effettuate prima del lancio.
Proprio questa rarità rende il problema difficile da individuare in anticipo. I sistemi spaziali vengono testati in modo approfondito, ma alcune interazioni tra software e hardware possono emergere solo in condizioni reali, soprattutto quando coinvolgono tempistiche molto precise tra eventi indipendenti.
Nel caso di Proba-3, il blocco del “semaforo” ha impedito non solo la manovra di controllo dell’assetto, ma anche l’attivazione corretta del safe mode. Questo ha aggravato la situazione, portando il satellite a una condizione in cui non era più in grado di comunicare con la Terra.
Il recente recupero del contatto è avvenuto, come dicevamo, grazie a una configurazione favorevole dell’orbita e dell’orientamento, che ha permesso al pannello solare di tornare a generare energia. Ora il team sta analizzando i dati per comprendere nel dettaglio l’accaduto e valutare possibili interventi. L’ESA starebbe anche considerando l’uso di strumenti di analisi software basati sull’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di individuare vulnerabilità simili in altre missioni e ridurre il rischio che eventi così rari possano avere conseguenze operative.











