Una nuova analisi delle immagini della sonda MESSENGER della NASA suggerisce che il pianeta Mercurio, finora ritenuto geologicamente “morto”, potrebbe essere ancora attivo sotto la sua superficie.
Un team di ricercatori del Center for Space and Habitability dell’Università di Berna e dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) ha esaminato in modo sistematico oltre 100 000 fotografie della superficie mercuriana, individuando più di 400 strutture lineari chiare, chiamate lineae, lungo i pendii dei crateri. Queste striature, lunghe e luminose, sono associate a piccole depressioni, dette hollows, e sono interpretate come il risultato di gas provenienti dall’interno del pianeta, che fratturano e sgretolano la roccia in superficie, facendola scivolare lungo i versanti.
Le lineae compaiono soprattutto sulle pareti interne dei crateri più giovani e sui versanti rivolti verso il Sole, il che indica che la radiazione solare potrebbe giocare un ruolo importante nel riscaldare e attivare questi processi di degassamento.
Questa scoperta cambierebbe la visione tradizionale di Mercurio come un corpo arido e completamente inattivo: anche se non si tratta di attività vulcanica nel senso classico del termine, queste osservazioni suggeriscono la presenza di fenomeni geologici relativamente recenti, o potenzialmente in corso, su un pianeta che per decenni si pensava fosse completamente statico.
Striature chiare e gas in uscita: le lineae di Mercurio
Le lineae sono delle striature chiare e sottili che si estendono lungo i pendii interni dei crateri e sui rilievi centrali di Mercurio. Spesso compaiono in gruppi e sono collegate a piccole cavità molto luminose chiamate hollows, che sembrano segnare punti dove del materiale è scomparso dalla superficie.
Secondo i ricercatori, queste strutture si formano quando gas intrappolati nel sottosuolo, come vapori di elementi leggeri, risalgono attraverso piccole fratture della crosta. Quando i gas raggiungono la superficie, indeboliscono la roccia, che si frantuma e scivola lungo il pendio. Questo materiale fresco e poco alterato lascia visibili le striature brillanti. Il calore del Sole potrebbe avere un ruolo importante in questo processo, rendendo più facile la risalita dei gas e accelerando il cedimento della roccia, specialmente sulle pareti rivolte verso la luce solare.

Il fatto che queste striature si trovino più spesso nei crateri più giovani e nelle zone esposte al Sole suggerisce che la loro formazione dipende da condizioni precise: calore, fratture recenti e la presenza di volatili nel sottosuolo.
Nuove conferme in arrivo con BepiColombo
Per capire se le lineae siano ancora in formazione oggi, oppure se si siano formate solo in un passato recente, gli scienziati aspettano i dati di BepiColombo, missione combinata dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e dell’Agenzia Spaziale Giapponese (JAXA). La sonda si inserirà in orbita attorno a Mercurio a dicembre 2026, e da marzo 2027 inizierà a osservare la superficie con strumenti molto avanzati.
Uno di questi strumenti è SIMBIO-SYS, realizzato in Italia, che scatterà immagini dettagliate, analizzerà la luce riflessa dalla superficie e ricostruirà modelli tridimensionali del terreno. Grazie a queste osservazioni, sarà possibile confrontare le vecchie immagini scattate dalla sonda MESSENGER con quelle nuove, per vedere se nel frattempo siano comparse nuove lineae. Se sì, questo sarebbe un indizio chiaro che il fenomeno è ancora attivo oggi.
Inoltre, BepiColombo potrà analizzare meglio la composizione chimica delle lineae, che finora è poco conosciuta. Questo aiuterà a capire quali materiali stanno fuoriuscendo, e come influiscono sull’evoluzione della superficie di Mercurio.
Le zone dove oggi vediamo queste striature diventeranno quindi obiettivi di osservazione prioritari. I dati raccolti potranno offrire nuove informazioni su come si comportano i pianeti piccoli e rocciosi come Mercurio, che finora sembravano “spenti” e privi di attività geologica.











