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Le cinque grandi politiche spaziali cinesi degli ultimi 30 anni – Spazio d’Oriente

Gabriel Lazazzara di Gabriel Lazazzara
Gennaio 31, 2021
in Agenzie Spaziali, Approfondimento, Cina, Esplorazione spaziale, Space economy
Il Lunga Marcia 5 con a bordo la missione Tianwen-1, la prima della Cina diretta verso Marte e partita a luglio del 2020

Il Lunga Marcia 5 con a bordo la missione Tianwen-1, la prima della Cina diretta verso Marte e partita a luglio del 2020

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Negli ultimi 30 anni il programma spaziale cinese ha subito una grande e quasi inaspettata crescita. Questa è andato di pari passo con l’incredibile sviluppo economico che ha caratterizzato il paese asiatico negli ultimi anni. A differenza di altri paesi dotati di programmi spaziali, la Cina si è sempre differenziata per aver orientato lo sviluppo e gli obiettivi dei suoi programmi spaziali in virtù dei goal strategici dettati dal regime di Pechino. Questa è una condizione che non va mai trascurata nell’analisi delle varie missioni spaziali, che siano scientifiche, tecnologiche o militari. 

In questo articolo evidenziamo i cinque momenti che hanno finora maggiormente influito sul programma spaziale cinese e sulle ambizioni future di Pechino. 

La nascita di Beidou

Il 23 giugno 2020 è stato lanciato l’ultimo tassello della costellazione di BeiDou, ponendo la Cina come uno dei competitor globali nel mercato dei sistemi di geo-posizionamento satellitare. Perché Pechino decise di investire ingenti risorse in un mega-progetto come questo? La risposta pone radici nella crisi dello stretto di Taiwan del 1996. Al tempo i sistemi missilistici cinesi erano dipendenti dal sistema GPS americano.

Quando la crisi sfociò in dimostrazioni di forza tra le sponde dello stretto, Washington decise di intervenire interrompendo il segnale GPS ai missili cinesi, imbrigliando così di fatto la potenza di fuoco cinese. Per l’amministrazione Zemin fu una umiliazione indimenticabile. In quel momento Pechino capì che avrebbe dovuto sviluppare il proprio sistema di geo-posizionamento satellitare per ritenersi veramente indipendente.

Beidou
Confronto fra l’aerea coperta dalla rete Beidou-1 (sulla sinistra) e quella coperta da Beidou-2 sulla destra.

A fine maggio 2003, BeiDou-1 fu completato con l’innesto di 4 satelliti in orbita geostazionaria puntati sulla Cina ed i suoi confini. Dieci anni dopo, con BeiDou-2 la copertura fu estesa all’intera area regionale. Infine a giugno 2020, ben 24 anni dopo, Pechino ha finalmente chiuso il cerchio, dotandosi del suo sistema di geo-posizionamento satellitare globale.

Un cittadino cinese nello spazio

Nel 1998 ci fu la prima selezione per i futuri astronauti cinesi, che vennero chiamati taikonauti (dal cinese ‘tai kong’, spazio) per rimarcarne la loro appartenenza. Fra gli 11 che superarono la selezione c’era un giovane Yang Liwei che il 15 ottobre 2003, a bordo dello Shenzhou V, divenne il primo cittadino cinese nello spazio.

Il volo di Yang Liwei venne effettuato con la capsula Shenzhou, il cui sviluppo era iniziato solo nel 1992 all’interno del programma Progetto 921-1. La capsula spaziale cinese si ispirava, e si ispira ancora oggi, alla Soyuz russa, ma non è stato il primo tentativo di trasporto umano per Pechino. Già dagli anni ’80 la politica cinese spinse per la costruzione di uno spazioplano, proprio per rimanere al passo con gli USA, che avevano inaugurato da poco lo Space Shuttle e con l’URSS che stavo sviluppando il Buran. Il progetto andava però ben oltre le capacità cinesi e scelsero di concentrarsi sulla capsula.

Yang Liwei di ritorno a terra nel 2003.
Yang Liwei di ritorno a terra nel 2003.

A bordo di un Lunga Marcia 2F, dopo solo sette anni dall’inizio del progetto, la prima Shenzhou senza equipaggio volò nello spazio. L’importanza dell’avvenimento è ancor più grande se si considera che solamente Russia e Stati Uniti erano riusciti a sviluppare un programma di volo spaziale umano in maniera indipendente fino a quel momento. 

Le armi anti satellite

Qualche anno più tardi, un altro importantissimo avvenimento ebbe origine in Cina. L’11 gennaio 2007 le relazioni tra Cina e Stati Uniti si trovarono di fronte ad momento di svolta. Pochi mesi prima l’amministrazione Bush aveva chiuso alla possibilità di una regolamentazione internazionale delle armi spaziali provocando crescenti timori ai piani alti dell’amministrazione cinese. La ferma volontà di riportare gli Stati Uniti al tavolo delle trattative condusse Pechino ad una dimostrazione di forza.

Si decise infatti di testare un armamento anti-satellite (ASAT) su un proprio satellite, il Fengyun-1C, al fine di dimostrare il livello tecnologico del regime nel campo delle armi spaziali. Inutile dire che fu una delle più grosse collisioni che hanno avuto luogo negli ultimi anni, producendo più di 3000 detriti che continuano ad orbitare e a mettere a rischio altri sistemi satellitari ancora oggi.  

La necessità di un sistema antisatellite nasce dalla volontà cinese di raggiungere la rilevanza geopolitica delle altre potenze militari, USA in primis. Pechino vuole anche garantirsi la possibilità di interferire nei sistemi di spionaggio e comunicazione stranieri e ottenere quindi una sorta di deterrenza. In questo senso, i sistemi più adatti allo scopo sono gli ASAT elettronici. Il problema legato a questi due sistemi, soprattutto al primo, è il know-how ed il relativo tempo per acquisirlo.

Vietate le relazioni fra NASA e Cina

I crescenti dubbi sulla trasparenza dei programmi spaziali cinesi ed il forte coinvolgimento del comparto militare non favorirono un clima di distensione tra le due potenze. Questi sospetti trovarono il loro culmine nell’aprile del 2011 quando al Congresso americano promulgò la legge 112-10 che proibiva alla NASA di intraprendere qualsiasi relazione con partner o ricercatori cinesi. Questa divenne famosa come la “China Exclusion Policy”, vigente tutt’oggi.

Di contro, Pechino decise di accelerare con il programma Tiangong e la costruzione della futura stazione spaziale cinese modulare, poiché l’accesso dei suoi taikonauti alla ben più nota ISS le era impedito. Il 29 settembre 2011, il primo prototipo di stazione spaziale fu messo in orbita. L’obbiettivo era quello di permettere brevi periodi di permanenza a crew di massimo 3 taikonauti.

Un render non ufficiale della nuova Stazione Spaziale Cinese. Credits: Credit: Adrian Mann/ bisbos.com

La Space Force cinese

Nel novembre del 2015 ebbe inizio un grande piano di riforma dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese (PLA). Pechino decise di integrare formalmente le attività spaziali all’interno di un’unità strategica sottoposta al comando del PLA. Prese il nome di ‘Strategic Support Force’ (SSF) e venne strutturata per essere pronta alle sfide delle guerre informatizzate moderne. Da quel momento in poi, lo spazio si ritagliò un ruolo militare sempre più importante agli occhi del regime, divenendo fulcro delle ambizioni geopolitiche e strategiche per i decenni a venire. Di contro, gli Stati Uniti dovettero attendere l’amministrazione Trump per rispondere con la creazione di un nuovo corpo militare focalizzato esclusivamente sullo spazio: la US Space Force.

Questi sono solo cinque dei tanti momenti chiave che hanno influito nello sviluppo delle attuali mire spaziali cinesi. E’ evidente un trend verso una più marcata indipendenza strategica in questo settore, risalente almeno all’inizio degli anni novanta. Questa crescente indipendenza, però, è andata di pari passo con un cambio di rotta nella politica estera e nel posizionamento all’interno del sistema internazionale. L’amministrazione Zemin, che ha condotto la nazione attraverso gli anni 90, si rifaceva al precetto di Deng Xiaoping, “Taoguang Yanghui”, ovvero mantenere un profilo basso mentre si inizia ad ottenere dei risultati.

L’era di Xi Jinping

Questo approccio ha caratterizzato le politiche spaziali fino ai primi anni 2000. Successivamente, con l’avvento dell’amministrazione di Hu Jintao (2002-2012) e soprattutto con il suo successore Xi Jinping, l’approccio è completamente cambiato. Lo scarso dialogo sulla tematica degli armamenti spaziali e l’approvazione della “China Exclusion Policy” da parte del Congresso americano hanno favorito il passaggio verso un nuovo approccio. Questa volta è stato definito “Yousuo Zuowei” che viene da molti interpretato come un riposizionamento attivo. In altre parole, anche nel settore spaziale, il regime cinese ha abbandonato il basso profilo e l’attenzione alle regole del sistema internazionale. Ora c’è la crescente voglia di plasmare quelle stesse regole per creare un sistema internazionale più favorevole ai suoi scopi.

Le grandi ambizioni della Cina sono legate allo sviluppo di un ambizioso programma spaziale indipendente che dia lustro all’intera nazione. Questa certezza ci accompagnerà nei prossimi decenni in cui la Cina farà in modo di avere un ruolo sempre più centrale.

Spazio D’Oriente viene pubblicato a cadenza mensile per raccontare e spiegare il settore spaziale cinese.

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Tags: ASATCinaStazione spaziale cineseTaikonauti

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